La MMT è mainstream negli USA. In Europa siamo rimasti indietro.

La MMT (Modern Money Theory) è ormai entrata nella discussione mainstream negli USA. Trattandosi di una scuola economica nata negli anni ’90 per studiare e descrivere il funzionamento della spesa pubblica, ciò significa che sempre più politici di entrambi i lati del Congresso stanno finalmente (e semplicemente) imparando come funziona lo Stato che governano. L’ortodossia economica sta cominciando a vacillare e questo potrebbe aprire la via ad una nuova era di progresso umano, ma ci torneremo.
Il governo Biden ha da poco varato l’“Infrastructure Investment and Jobs Act” (che al contrario di quello infausto renziano crea lavoro e non lo precarizza) da 1200 miliardi di dollari, di cui duecento in deficit (ma avrebbe tranquillamente potuto utilizzarne di più) tra cui:

110 miliardi di dollari per strade, ponti e altri grandi progetti;
11 miliardi di dollari in programmi di sicurezza dei trasporti;
39 miliardi di dollari di modernizzazione dei trasporti e miglioramento dell’accessibilità;
66 miliardi di dollari in ferrovie;
7,5 miliardi di dollari per costruire una rete nazionale di stazioni di ricarica per veicoli elettrici;
73 miliardi di dollari in infrastrutture elettriche di produzione e trasmissione di energia pulita;
65 miliardi di dollari per lo sviluppo della banda larga.

I repubblicani, tradizionalmente austeritari per quanto riguarda il deficit per spesa pubblica, “stranamente” lo sono meno quando si tratta di tagliare le tasse ai ricchi; viceversa i democratici sono più austeritari quando si tratta di tagliare le tasse e molto meno per quanto riguarda la spesa pubblica. Se entrambi i lati abbandonassero l’errata concezione tradizionale per cui il deficit deve far paura, si potrebbe spendere di più e tassare di meno senza utilizzare la clava della paura del deficit (adducendo che le risorse siano scarse) per attaccare l’avversario e la discussione potrebbe realmente vertere su come meglio impiegare le risorse, con l’unico vincolo di pianificare affinché la spesa non generi inflazione. Ciò renderebbe molto più costruttivo e produttivo il dibattito politico, riavvicinando i partiti politici ora divisi da un dibattito molto polarizzato.

Nell’intervista della Kelton viene anche toccato il tema dei pesi in via di sviluppo, molto più inclini a rischi di inflazione ed iperinflazione data la loro scarsa capacità produttiva e facile dipendenza dalle importazioni.

In Europa il dibattito è tremendamente arretrato. Se l’UE abbandonasse l’impostazione monetarista, neoliberista ed austeritaria contenuta nei trattati potrebbe diventare veicolo di sviluppo per i paesi più piccoli e meno produttivi. Invece, sta ottenendo l’effetto contrario. I nostri media elogiano il piano Next Generation EU che, oltre ad allocare una misera parte delle risorse del piano statunitense, le concede in prestito e per di più vincolate a riforme ordoliberiste. Al di là delle dichiarazioni buoniste dei nostri politici, non è prevista alcuna ripresa per il mondo del lavoro e la piccola e media impresa.

Qui siamo proprio agli antipodi e non a caso l’Europa è considerato un continente in declino. Servirebbe una svolta netta sia per quanto riguarda le decisioni unilaterali che ogni Stato dovrebbe prendere (ad es. tornare ad emettere valuta se non altro in forma digitale) sia a livello comunitario con la gestione della spesa da trasferire ad un organismo democraticamente eletto oltre all’allargamento del mandato della BCE al raggiungimento della piena occupazione.

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