Per l’Italexit ripassare un’altra volta

Nell’analizzare i diversi tentativi di costituzione del partito, o dei partiti, che possano far uscire l’Italia dalla gabbia del neoliberismo dell’Unione Europea, uno dei tentativi più promettenti in termini di visibilità era “Italexit con Paragone”, ora diventato “Italexit per l’Italia”. Ne avevo scritto qui, e qui.

Le caratteristiche iniziali che lo rendevano interessante erano i tratti misti, eterodossi sia secondo le categorie della destra che della sinistra, e la presenza di un leader conosciuto, che spesso viene invitato nelle trasmissioni televisive più seguite. Dell’antieuropeismo Paragone ne aveva fatto praticamente un tratto caratteristico, sin dai tempi della conduzione de “La Gabbia”. Pertanto, c’erano tutti gli elementi per andare “al vedo” dell’operazione, cioè per verificarne la reale praticabilità ed affidabilità.

Certamente, la storia di Paragone e la sua strategia comunicativa avevano fatto storcere il naso a molti, tanto da allontanare da subito i più affezionati ad una tradizione politica “di classe”, ma altri elementi facevano ben sperare, come la presenza di una nutrita “pattuglia socialista” e la stesura di un ottimo manifesto politico, che avrebbe dovuto costituire la traiettoria politica del nascituro partito.

Sin da subito, però, si sono manifestati diversi problemi. Innanzitutto, la linea del blog personale del giornalista-senatore Paragone, gestito da un’azienda con evidenti “conflitti di interessi politici” (gestiscono anche la comunicazione de “La Buona Destra”, partito europeista di destra), nel quale comparivano articoli dai toni beceri: dalla propaganda anti-cinese, fino a vaccini ed immigrati; perdendo così il focus della proposta politica del futuro partito, ovvero l’emergenza economica che sta demolendo l’Italia che ancora non era uscita (come anche il resto della periferia dell’eurozona) dalla crisi del 2010-2011, a causa dei vincoli d’austerità europei.

Il tutto era, però, sempre bilanciato dall’incredibile lavoro della “pattuglia socialista”, a cui veniva dato spazio e responsabilità, fino all’incarico di stendere lo statuto, di organizzare il partito, e di gestire la comunicazione, a patto che non venisse messa bocca sulla comunicazione personalistica ed “aziendale” del Paragone (praticamente un brand personale da coltivare, più che da mettere al servizio di un progetto politico).

Senza scendere nei dettagli sulle questioni personali che sono poi via via sorte nel corso dei mesi (per le quali rimando ai profili social dei diretti interessati), il precario equilibrio è presto venuto meno. I contributi più elaborati, riguardanti lavoro ed economia, sono spariti dal blog del Paragone; dal sito del partito è sparito ogni riferimento al superamento del neoliberismo; al partito organizzato non si è mai arrivati, ed è stata preferita un’organizzazione in stile “comitato elettorale”, con Paragone al vertice e circondato da persone fedeli alla sua persona, più che all’ideale ed al manifesto politico. Sono state poi effettivamente espulse dal partito tutte le persone della componente socialista, che avevano tentato diverse mediazioni con Paragone per provare a salvare quanto meno il lavoro di costruzione svolto finora, salvo poi vedersi ogni volta rimangiare la parola.

C’è un detto in politica, e cioè che un partito deve rappresentare in piccolo l’ideale di società alternativa che si vuole proporre. Se il modello è quello di “Italexit con Paragone” purtroppo non si va molto lontani dal modello attualmente dominante. Un’organizzazione che non esiste, un comitato elettorale che si muove attorno agli umori del leader, non potrà mai e poi mai realizzare il complesso obiettivo dell’Italexit. Quest’ultima diventa solo una bandiera da utilizzare per piazzarsi nel mercato delle vacche che è diventata la politica italiana, e Paragone di questo passo sarà solo uno Sgarbi più giovane e meno compromesso.

Il focus comunicativo è oramai (quasi) del tutto spostato sui temi forti della destra globale: il contrasto ad ogni forma di regolamentazione della vita fintanto che la pandemia non sarà finita, con saltuaria strizzata d’occhio al mondo no-vax. Sul tema l’equilibrio è delicato. Un conto è la critica alla gestione della pandemia e agli scarsissimi sostegni all’economia e alla popolazione, un altro conto è l’attacco martellante sugli aspetti sanitari della vicenda, con la diffusione di articoli di dubbia attendibilità.

Inutile, infine, il cambio di nome da “Italexit con Paragone” ad “Italexit per l’Italia”, se del partito non interessa nulla e se non si è disposti a mettere la propria figura al servizio di una battaglia storica ma, anzi, si concepisce il rapporto come ribaltato, ovvero l’organizzazione al servizio dell’interesse politico personale.

Eccoci dunque ancora una volta al punto 0, a dover re-immaginare la veicolazione politica di idee che altrove stanno trovando accoglienza nei partiti mainstream: giustizia sociale, difesa dell’interesse (e affermazione dell’indipendenza) nazionale nell’ottica popolare e non del grande capitale, piena e buona occupazione, transizione ecologica che vada a vantaggio e non a detrimento della popolazione.

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