Italexit di Gianluigi Paragone: cos’abbiamo tra le mani?

Premetto che questa vuole essere un’analisi il più possibile obiettiva, da un punto di vista socialista, patriottico e costituzionale. Pertanto, probabilmente non farà contenti coloro ai quali il sen. Gianluigi Paragone sta antipatico a prescindere, principalmente per la sua storia o per il suo stile comunicativo poco filtrato e raffinato.

Per sgombrare subito il terreno, trovo abbastanza inutili le critiche relative al passato, soprattutto se pensiamo che si tratta di un passato di oltre dieci anni fa. Dieci anni fa potrei scommettere che ciascuno di noi aveva opinioni differenti rispetto ad oggi, se non altro perché la crisi del 2008-09 e la risposta dell’eurozona incentrata sull’austerità, hanno cambiato il punto di vista di molti di noi nei confronti delle istituzioni comunitarie e riguardo alle politiche economiche da adottare per riemergere dalla palude senza uscita in cui la periferia dell’eurozona è sprofondata.

Tornando a Gianluigi Paragone, dopo i discutibili trascorsi in quota Lega Nord e il periodo in RAI, ricordo che il programma la Gabbia è stato il primo programma a dare spazio all’euroscetticismo sui media mainstream. Lo sbarco ufficiale in politica poi avviene con i M5S nel 2013.

Chiaramente un certo background culturale rimane, che traspare sia nella retorica che nell’elettorato principale che fa a lui riferimento, ma le sue posizioni politiche si sono evidentemente evolute tramite lo studio della MMT (Modern Money Theory) che è una delle teorie economiche più innovative del momento, che si distacca realmente dal paradigma capitalista tradizionale e costituisce un viatico verso posizioni socialisteggianti, se non altro. D’altronde per il pensiero socialista rimane fondamentale la proprietà dei mezzi di produzione, e questo aspetto non è presente nel manifesto di Italexit come in nessun altro dei programmi dei partiti presenti in Parlamento.

Ne risulta un prodotto spurio, fondato su una piattaforma economica statalista e socialdemocratica, che però si accompagna ad una retorica del leader di tipo neo-populista e che suona bene all’orecchio dell’elettore di destra. Questo ultimo aspetto costituisce una lama a doppio taglio, perché se da un lato permette a certe idee di veicolarsi in un elettorato che altrimenti è territorio egemonizzato dal liberismo individualista più sfrenato o dal liberismo protezionista in salsa “trumpiana-putiniana”; dall’altro respinge il militante di sinistra più o meno politicizzato, salvo che non ritenga il tema dell’uscita dall’UE così fondamentale da soprassedere sulla strategia comunicativa.

Ho provato anch’io un certo senso di disagio nel leggere alcuni post il cui intento è quello di delegittimare l’avversario su questioni etico-personali, come da strategia “grillina” del primo periodo; come anche con l’utilizzo di termini come “sorosiani” in riferimento alle ONG che operano nel Mediterrano, sebbene sia vero e documentato che alcune di esse ricevano finanziamenti dai miliardari “filantropi” e liberal per avanzare la propria agenda politica. Ma salvare vite è un discorso che dovrebbe andare oltre a queste diatribe e piuttosto ci si dovrebbe interrogare su come lo Stato possa tornare a farsi carico pienamente della gestione dei flussi senza doversi affidare a privati come cooperative e ONG, che in questi anni hanno supplito al ritirarsi dello Stato dovuto anche alla martellante propaganda della destra (e alle decisioni dei recenti governi di centrosinistra) che riteneva fosse una spesa inutile.
Tuttavia, ne intravedo anche le grandi potenzialità a cui ho accennato poc’anzi, ovvero poter comunicare alcuni contenuti molto importanti ed estremamente avanzati ad un elettorato che normalmente sarebbe repellente ad un messaggio marchiato come “di sinistra”.

Sin dal primo giorno di presentazione alla Camera dei Deputati, il partito Italexit – No Europa per l’Italia ha difatti attirato critiche incrociate, sia dalla sinistra classica, che dai liberal (si veda lo scontro Paragone-Parenzo), e sia da una fonte che fa riferimento indirettamente al mondo della destra italiana come lo youtuber Luca Donadel (critiche a cui il sen. Paragone ha risposto sul suo profilo Facebook). Insomma, viene attaccato da ogni parte perché pone un tema dirompente, sentito da moltissimi italiani e che potenzialmente può sottrarre voti a destra e a sinistra (principalmente grazie ai temi economici), come già i primi sondaggi stanno dimostrando.

Invito ora i lettori a leggere il manifesto del partito, documento che tocca moltissimi punti fondamentali e nel complesso apprezzabile, pur trascurando altri aspetti importanti e più divisivi. E’ un testo semplice e sintetico, creato appositamente per raccogliere un elettorato ampio e trasversale. D’altronde volendo competere con partitoni informi e ideologicamente indefiniti come PD e Lega è anche comprensibile. Il berlusconismo purtroppo ha lasciato strascichi profondi nella nostra società, sostituendo i diversi partiti ideologici con partitoni ideologicamente omogenei, votati alla spettacolarizzazione e alla mediaticità. I danni per la nostra società sono stati incalcolabili.
Nel manifesto di Italexit vi sono passaggi molto positivi come quello sulla piena occupazione e sulla riconversione economica dell’economia, impossibili all’interno dei vincoli dell’eurozona (se non una spruzzata di politiche verdi molto superficiali), e anche il paragrafo sull’immigrazione lascia intendere che il partito è per una posizione di controllo ma bilanciata, con lo Stato che torni protagonista e buon gestore dei flussi ma anche che si faccia carico di una buona integrazione degli stranieri residenti sul territorio. Sono posizioni note dei socialisti americani come Bernie Sanders ed Alexandra Ocasio-Cortez, buoni per la sinistra italiana quando si oppongono a Trump o parlano di diritti civili, ma curiosamente ignorati quando parlano di economia.
Insomma è un manifesto dai contorni inequivocabilmente anti-liberisti, differenziandosi quindi dal Brexit Party di Nigel Farage, che campeggia come figura promozionale nella home page del sito del partito, dove vi è anche un riferimento esplicito all’anti-liberismo. Insomma, anche qui, la sostanza sembra essere socialisteggiante (secondo i tratti dei socialisti democratici statunitensi) mentre la forma, compresa la foto della stretta di mano con Farage, strizza l’occhio a destra.

Vi sono, però, alcune assenze lampanti e alcune problematicità, che sono emerse nel blog personale del senatore. La prima è l’assenza di riferimenti in politica estera, a cui si ricollegano diversi interventi anti-cinesi e di stampo atlantista. Se da un lato è giusto essere cauti per quanto riguarda l’intelligence che potrebbe essere compromessa da tecnologie di proprietà cinese (non che gli statunitensi abbiano dimostrato maggiori garanzie dato che in passato spiavano persino i leader europei) e che si cerchi di creare un asse con Washington per portare a compimento l’arduo compito dell’exit che il partito si pone, dall’altro appare miope attaccare a testa bassa la potenza globale emergente a fronte di un evidente declino dell’egemonia statunitense. La tradizione diplomatica italiana, sebbene ben inserita nel blocco atlantico, è sempre stata multipolarista, mantenendo buone relazioni anche con paesi considerati problematici dagli Stati Uniti. D’altronde il primo obiettivo di un partito “sovranista” dovrebbe essere quello dell’interesse italiano (inteso come quello delle classi popolari) che non può non passare dal multipolarismo e dalla costruzione di una fitta rete di alleanze e accordi nel Mediterraneo, nostro territorio di proiezione naturale.

Un’altra lacuna abbastanza grande è il leaderismo. Se c’è un modello che ha dimostrato di avere corto respiro è il partito fondato sul carisma del leader. Colpito o corrotto il leader, affonda il partito, sprecando anni di lavoro di tantissimi militanti. Badate bene, può anche avere un senso in una fase iniziale, perché un partito deve avere la più ampia risonanza possibile per lanciarsi, ma in una fase successiva la direzione deve diventare plurale e permettere l’emersione di nuove figure in grado rafforzare il partito e di alternarsi alla guida se necessario.

Concludendo, il lancio del partito al momento ci fa intravedere più elementi positivi che negativi, soprattutto perché porta ad un livello mainstream alcune tematiche di vitale importanza. La linea che però ha deciso di percorrere è scivolosa, ed appare costante il rischio di scadere nel campo dell’alt-right (quella “trumpiana-putiniana”, per intenderci). Probabilmente molto dipenderà anche dall’indirizzo che i militanti sapranno imprimere. Non pare sia un partito pilotato dietro le quinte, com’era il M5S, o che abbia finanziatori occulti. Se saprà quindi correggere gli aspetti critici poc’anzi delineati senza scadere in qualcosa di già visto, tradendo i suoi obiettivi indicati nel manifesto, potrebbe essere spinto in alto dal malcontento popolare e un veicolo utile per la circolazione in Italia di idee e proposte vitali per la nostra rinascita al di fuori della gabbia unionista.

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