L’Italexit non è un pranzo di gala

Continua, dentro e fuori la mia bolla social, il dibattito innescato sull’italexit a seguito della fondazione da parte del senatore Paragone di un’omonima forza politica. In un articolo precedente ne avevo già analizzato i contenuti del manifesto politico e la forma, luci e ombre. In questo articolo, invece, mi vorrei soffermare su alcune obiezioni che ho letto riguardo all’uscita dall’Unione in quanto tale come obiettivo primario e condicio sine qua non per il programma politico di un partito.

Man mano che la crisi economica si va esacerbando e a seguito della Brexit, il percorso di maggiore integrazione ed inter-dipendenza a livello europeo ha subito diverse accelerazioni, in sostanziale continuità con la direzione tenuta finora: attacco frontale alle voci dissenzienti, austerità economica, nuovi e più intensi vincoli (MES e Recovery Fund) tra paesi creditori e paesi debitori (categoria che ora si allarga con Italia e Spagna), collettivizzazione delle sofferenze bancarie (vedasi proposta di unione bancaria) che andrebbe a penalizzare il sistema bancario italiano.
Questo ha sostanzialmente polarizzato il dibattito intorno all’Unione tra “europeisti” ed “euroscettici”, assottigliando fino quasi all’estinzione la categoria degli “altreuropeisti”, posti di fronte all’evidenza che nemmeno una situazione tanto grave come quella causata dal Covid-19 ha convinto i leader europei ad una profonda revisione dei trattati economici fondativi dell’eurozona. Certo, il Patto di Stabilità è sospeso ma verrà riattivato a breve, stando alle dichiarazioni dei leader europei, e questo per l’Italia significherà lacrime e sangue, oltre al commissariamento che subiremo per usufruire dei prestiti e dei fondi del Recovery Fund. Al contempo, il -12% registrato dal PIL italiano post-lockdown fa presagire un autunno caldissimo in termini di conflitto sociale, per le pesanti ricadute occupazionali che vanno ad aggravare una situazione già disastrosa di disoccupazione a doppia cifra, e per l’ulteriore e consistente allargamento della fascia di povertà ad altri milioni di cittadini.

Per questo motivo, lo sbarco ad un livello mainstream del termine Italexit ha dato avvio ad un dibattito serratissimo e la neonata forza politica ha subito attacchi da ogni direzione, dai liberal, alla sinistra, fino ai finti sovranisti di Lega e FdI, i quali hanno svolto per anni, assieme al M5S, la funzione di gatekeeper, ovvero hanno attratto il dissenso delle fasce di popolazione più critiche verso l’austerità di matrice europea, salvo poi cambiare direzione a 90° o, nel caso del M5S, a 180°, una volta arrivati al governo. Questo è un primo grande merito del nuovo partito che, inoltre, propone dei punti di programma molto più avanzati di qualsiasi altro presente in Parlamento, come ad esempio la piena occupazione. Si dirà che la piena occupazione garantita dallo Stato può essere sfruttata anche dal capitale, come cuscinetto, e concordo sul punto, tant’è che il nodo sarà poi quello salariale per mettere in competizione occupazione pubblica di ultima istanza con quella privata in modo tale da alzare il livello dei salari (quelli italiani sono tra i più bassi in Europa in rapporto al costo della vita) e dei diritti garantiti ai lavoratori, ma sicuramente una politica di piena occupazione è SEMPRE meglio di una disoccupazione dilagante a doppia cifra, accettata da tutti i partiti attuali di governo ed opposizione presenti in Parlamento e fedeli al quadro politico-istituzionale di Bruxelles.

Parliamoci, però, molto chiaro. L’exit non sarà uno schiocco di dita, sarà un processo più difficile di quello compiuto dalla Gran Bretagna che aveva mantenuto la propria valuta e, contrariamente a quanto pensavo fino a qualche hanno fa, non sarà un processo riformistico ma equivalente ad una rivoluzione, dato che si va a demolire un ordine costituito che si è strutturato ormai da quarant’anni, con un altro diverso che è ancora ben rappresentato dalla nostra Costituzione (o quel che ne è rimasto dal ’48) ma che è sepolto sotto anni di stratificazioni. Questo tipo di processi non avvengono mai in maniera indolore o senza dover lottare, ma sono rotture che sono accadute molte volte nella Storia e che non ci devono scoraggiare né fermare. Dobbiamo aver chiare le maggiori difficoltà che l’Italia dovrà affrontare: ripristinare in una prima fase la logistica della zecca di Stato dopo un periodo di capital control (come fece la Grecia nel 2015), negoziare l’uscita (a mio parere l’ideale sarebbe allinearsi alla condizione norvegese, indipendente ma agganciata al mercato unico) unitamente a nuovi accordi commerciali che richiederanno necessariamente diversi mesi, ed infine adattare l’ordinamento italiano al venir meno della normativa europea. Tutto questo, ragionevolmente, spaventa molti, tanto da farli rientrare in più miti, moderate, ed altrettanto fallimentari strategie, ma quando ci si trova immersi in un ordine costituito che è mortifero, al cui interno non vi è altro destino che il declino, diventa vitale, per il futuro del paese e delle nuove generazioni, romperlo per crearne uno nuovo.

Muovendo ora alla strategia dell’accumulazione di forze per portare a compimento l’uscita, leggo che per alcuni lo zoccolo duro di riferimento debba essere il lavoro dipendente. In un paese dove però i sindacati principali sono tutti allineati al pensiero europeista (e conseguente austerità) e dove i partiti mainstream sono quelli delineati sopra, letteralmente o nemici o falsi amici, chi ha oggi qualcosa da perdere (ad esempio uno stipendio fisso) difficilmente potrà essere convinto ad abbracciare la prospettiva dell’exit, salvo che sia più informato della media, e tendenzialmente sarà portato a preferire narrazioni più rassicuranti e ad abbracciare il fatalismo (“eh è colpa delle passate generazioni”, “eh è colpa del debito pubblico”, etc.), che poi spesso sfocia nell’auto-razzismo e nel disprezzo del proprio paese che sembra incapace di risolvere i propri problemi, quando in realtà si stanno individuando i colpevoli sbagliati. Sul punto invito a leggere questo ottimo articolo di Jacopo Di Miceli, apparso su The Vision (che solitamente in economia dà spazio ai luoghi comuni poc’anzi citati).
Io credo invece che il blocco che sia ragionevolmente aggregabile sia quello degli emarginati (disoccupati e precari), una frazione del lavoro dipendente stabilizzato (tra cui molti del settore pubblico che sono più protetti e si sono visti colpiti ripetutamente dai tagli orizzontali), e buona parte del lavoro autonomo e delle partite IVA, i quali sono letteralmente vessati dal sistema fiscale (dato che uno Stato senza sovranità e vincolato all’austerità utilizza la tassazione come strumento principale per finanziare la propria spesa e non per regolare l’ammontare di liquidità circolante a seconda dei propri obiettivi di politica monetaria e fiscale) senza ottenere in cambio i sussidi e gli incentivi che letteralmente TUTTI i governi degli ultimi trent’anni hanno riservato alla grande impresa.

Purtroppo per il cronico rifiuto di quello che è il mondo della sinistra tradizionale, se non in frange minoritarie, di prendere in considerazione l’opzione dell’uscita dall’UE o quanto meno dall’eurozona, diventa difficile fondare la propria strategia unicamente o prevalentemente sul lavoro dipendente. La si può spostare nel lungo periodo quanto si vuole, ma così il tema verrà sempre più egemonizzato dalle destre, sia quelle fintamente sovraniste ma in realtà liberiste e nazionaliste, che da quelle realmente fasciste che potrebbero riemergere se la situazione economica dovesse, come previsto, continuare a peggiorare.
Un processo dirompente e para-rivoluzionario come l’exit, difficilmente avrà i contorni educati e “puri” del pensiero tradizionale socialdemocratico, socialista o comunista per come si è strutturato in Italia, perché gran parte di quel campo è ormai egemonizzato dal pensiero liberale e da quella dottrina economica.

Mi rendo conto che la via da percorrere è rischiosa e scivolosa, che ti costringe ad entrare in contatto con quelle periferie sociali che sono purtroppo in molti casi egemonizzate dalla destra (e di cui una buona parte è irredimibile), e che la stessa destra tenterà di rivendicare ed egemonizzare le opzioni politiche spurie che propongono l’uscita dalla UE, in tal modo rafforzando e auto-avverando le profezie di alcuni. Ma in fondo è sempre stato così, la destra sociale ha preso le idee migliori della sinistra socialista e comunista e le ha distorte in favore del capitale. In fondo, sta solo cercando di replicare la stessa cosa. Non permettiamolo. Come? Non rinunciando a giocare la partita in questo campo, tanto per cominciare, senza rinchiuderci in torri d’avorio ma continuando a dialogare e ad esercitare egemonia, consapevoli che servirà un aggregato sociale e politico molto ampio per avvicinarci all’obiettivo.

Altrimenti, consentitemi una citazione video tratta da uno dei miei manga giapponesi preferiti, il rischio è di tentare di accumulare forze ma in realtà perderle:

3 pensieri riguardo “L’Italexit non è un pranzo di gala

  1. Nella pratica l’Italia è solo una periferia, anche in senso culturale e politico. Non faremo nulla, staremo fermi: è tipico delle società senili. Il baraccone bancario basato a Francoforte, il nostro vero governo, verrà giù da solo. Semplicemente noi italiani accenderemo la tv (o lo smartphone, che è uguale) e apprenderemo la notizia. Per ultimi.

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    1. Purtroppo questo è il rischio più concreto che corriamo.
      Riguardo al fatto che l’eurozona cada da sola è stato profetizzato da tanti ma poi puntualmente smentiti. In zona cesarini hanno sempre salvato l’impalcatura perché conviene al grande capitale del continente europeo.

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