Come sono arrivato ad amare (ed anche abbracciare) le scorie nucleari

Traduzione di un articolo di Mark Lynas pubblicato su Replanet.org

“E che fare delle scorie?” è la frase killer che potrebbe concludere ogni argomento a favore dell’energia nucleare come necessaria per risolvere la crisi climatica. Abbiamo sentito dire innumerevoli volte che le scorie nucleari siano un problema irrisolto, che lasciano un’eredità tossica alle future generazioni. Fine della discussione.

Ma lo sono davvero? Come appaiono le scorie da vicino? Danneggiano le persone e la natura? Inquinano l’ambiente? Se sì, come? Ho deciso di visitare una centrale nucleare per vederlo con i miei occhi.

Mentre viaggiavo verso Suffolk nell’Inghilterra dell’est in treno, accompagnato dall’ex militante di Extinction Rebellion (XR) e compagno Replaneteer Joel Scott-Halkes, ho pensato alla mia immagine mentale delle scorie nucleari. C’è Homer Simpson ovviamente, con una barra di uranio fosforescente infilata accidentalmente dentro i suoi pantaloni. Ha ha. E pozze di melma tossica. In ogni caso devono essere abbastanza orride. Non certo il genere di cose a cui ti avvicini, figurarsi coccolarcisi.

Andavamo verso Sizewell B, il nuovo reattore della Gran Bretagna, la cui cupola di contenimento è immediatamente riconoscibile come una palla da golf gigante che svetta sulla spiaggia di sassi sulla costa est, non lontano da Ipswich. (Se ci andate in visita, assicuratevi di fermarvi da Sizewell Tea, frequentato dai bagnanti giusto al di là dei confini della centrale, per un burger con patatine… Con tè, ovviamente.)

Sizewell è in lizza per un altro reattore, Sizewell C. La sua intensità di CO2 dovrebbe essere inferiore a 5 g/kWh, inferiore sia a quella dell’eolico che a quella del solare. Anche così, la lobby anti-nucleare ha tenuto marce e quant’altro per cercare di bloccarlo. Uno dei loro principali argomenti? Ovviamente le scorie nucleari.

Siamo stati accolti al cancello principale dal personale di EDF, la compagnia energetica francese che gestisce Sizewell, condotti attraverso la sicurezza e dotati di indumenti speciali tra cui scarpe con punta in acciaio e protezioni per gli occhi. Questo non aveva nulla a che fare con la radioattività, ci è stato assicurato: come gli elmetti che ci avevano dato, sono tutti DPI standard per siti industriali.

Ci è stato anche detto di smettere di parlare di “rifiuti nucleari”. Quello che stavamo per vedere era il “combustibile esaurito”, assemblaggi di combustibile caldo che erano stati tirati fuori dal reattore dopo che la maggior parte del materiale fissile si era esaurito e che avevano già trascorso diversi anni immersi in una di quelle piscine di raffreddamento di colore blu brillante a raffreddare. (Ricordo che mi disse un amico che aveva visitato una delle piscine di raffreddamento che aveva chiesto ad un operaio dell’impianto cosa sarebbe successo se fosse caduto dentro. “Beh, potresti annegare!” aveva risposto esasperato l’ingegnere.)

Perché non potremmo chiamarle rifiuti? Questa è stata la domanda di Joel: essendo un radicale XR fresco delle sue più recenti citazioni in tribunale, è qualcuno a cui non piace usare il linguaggio delle PR (pubbliche relazioni) del settore. Perché, ci ha detto EDF, il 96% dell’energia originale nell’uranio era ancora presente nelle barre di combustibile esaurito e potrebbe essere rielaborata per essere utilizzata in una nuova generazione di reattori, se qualcuno lo volesse. Pertanto è potenzialmente prezioso, non un “rifiuto” che vuoi semplicemente buttare via, e le botti di stoccaggio sono state progettate per questo, se necessario.

Poi, dopo che una porta in rete d’acciaio si è chiusa dietro di noi, ci hanno portato in un grande edificio tipo hangar con un pavimento di cemento e un tetto alto. Ed eccolo lì: tutto il combustibile nucleare esaurito immagazzinato a secco di Sizewell B dall’avvio del reattore nel 1995. Sedici grandi contenitori rotondi, alti poco meno di cinque metri e ciascuno di un paio di metri di diametro, raggruppati in un angolo di un grande magazzino.

I contenitori sono in acciaio e cemento, rassicurantemente impermeabili a pericoli come bombardamenti aerei e tsunami. L’intero edificio è a qualche metro di altezza, quindi anche l’innalzamento del livello del mare non è un problema. Il combustibile esaurito all’interno è ancora caldo, quindi si può vedere un po’ di calore che fuoriesce dall’alto: l’aria viene condotta dalle prese d’aria attorno alla base per convezione, quindi si raffreddano da sole, senza richiedere alcun intervento manuale. L’unico piccolo lavoro di manutenzione sembrava essere il continuo aspirare le palline di lanugine di semi provenienti dai salici costieri dell’esterno. Un lavoro duro.

E questo è tutto: niente colonna sonora drammatica, nulla di verde fluorescente, solo dei contenitori rotondi fermi lì e che non fanno nulla. Il piano è che continueranno a non fare nulla, fino a un secolo se necessario, raffreddandosi gradualmente man mano che la radioattività prodotta dagli isotopi caldi nel combustibile esaurito decade.

E le radiazioni? Avremmo dovuto essere bombardati dalle radiazioni, giusto? Ho preso in prestito un dosimetro gamma da un gentile collaboratore dell’EDF. Il display digitale ha misurato la radioattività in micro-sievert all’ora, arrivando a circa 0,15 mentre ci trovavamo a una certa distanza dalle botti di combustibile esaurito. Questa, mi ha detto l’uomo dell’EDF, era una radiazione di fondo naturale, proveniente dalle rocce sotto i nostri piedi. Con cautela, mi sono avvicinato a una delle botti, tenendo il dosimetro davanti a me. 0.15, 0.15, 0.14 … man mano che mi avvicinavo i numeri cambiavano … 0.13, 0.12.

Ho messo il dosimetro proprio contro la botte: 0,12, inferiore anche al livello di fondo naturale. Come può essere? Il carburante è schermato da metallo e cemento, mi ha detto l’uomo dell’EDF, quindi la lettura era leggermente inferiore, probabilmente perché questo mi proteggeva anche dalle radiazioni naturali di fondo. La quantità che fuoriesce dal combustibile esaurito caldo era in realtà zero. Nada.

A questo punto, Joel si era innamorato di una delle botti. La stava coccolando, appoggiandoci la faccia, inondandola di affetto. Gli è stato negato il permesso di baciarla, anche se solo per motivi igienici. (Joel in seguito è risultato positivo al Covid, quindi questa si è rivelata una buona scelta da parte di EDF.) Mi sono unito a lui e la abbiamo abbracciata insieme, ringraziandola per aver generato così tanta energia a zero emissioni di carbonio e aiutando così ad affrontare l’emergenza climatica.

Un cartello ci ha fornito le cifre precise: ogni botte aveva generato abbastanza energia elettrica priva di emissioni di carbonio corrispondente a 1,5 milioni di tonnellate di CO2. Ho immaginato le botti come gigantesche bottiglie di soda, ciascuna delle quali comprime 1,5 milioni di tonnellate di anidride carbonica e ne impedisce l’immissione nell’atmosfera. L’anidride carbonica è un rifiuto generato dall’energia alimentata a combustibili fossili ogni minuto di ogni giorno, tutto scaricato nei camini, trattando l’atmosfera come se fosse una gigantesca fogna.

Allora perché l’attenzione di alcuni ambientalisti sulle scorie nucleari? È una forma stranamente umana di negazionismo, o spostamento psicologico, concentrarsi sul non-problema (rifiuti nucleari) a scapito del vero problema (degrado climatico). Un tipo di rifiuto è completamente protetto e rimarrà tale per tutto il tempo necessario o fino a quando non sarà riciclato. Per quanto ne so, nessun essere umano o animale ne è mai stato danneggiato. Certamente noi non lo eravamo e non avremmo potuto avvicinarci di più.

Anche se finiscono in un deposito per lo smaltimento geologico profondo – una soluzione eccellente tecnicamente ma che non mi piace semplicemente perché appare brutta – le scorie nucleari sono separate dalla biosfera, a differenza della CO2. I rifiuti di combustibili fossili uccidono milioni di persone all’anno con ceneri di carbone, solfati e mercurio e stanno avvicinando la nostra biosfera ad un’estinzione di massa a livello planetario con il carbonio.

Anche i rifiuti dell’energia solare e delle batterie non sono da ignorare: gran parte di essi non può ancora essere riciclato e contiene elementi tossici che rimarranno tossici non solo per pochi decenni o secoli, ma per sempre. Questo dovrebbe fermare il loro dispiegamento? Ovviamente no, ma ha bisogno di essere affrontato e aiuta a contestualizzare la questione nucleare. A pensarci bene, lungi dall’essere una minaccia, l’industria nucleare potrebbe essere l’unica ad assumersi la piena responsabilità di tutte le sue scorie, dalla culla alla tomba, effettivamente per sempre.

Dopo aver visitato Sizewell, ho dovuto concludere che per me come ambientalista e attivista per il clima, le scorie nucleari semplicemente non sono un problema. Non fanno male a nessuno e se ne stanno ferme in grandi edifici di aspetto noioso, per secoli se necessario. Non diventeranno più pericolose in futuro, anzi diventano sempre più sicure man mano che la radioattività diminuisce. Questa dovrebbe davvero essere la fine della discussione. Ora possiamo continuare ad affrontare le vere minacce alla sopravvivenza della biosfera, come il riscaldamento globale incontrollato?

Mark Lynas è autore di numerosi libri sull’ambiente, tra cui Nuclear 2.0: Why a Green Future Needs Nuclear Power.

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