La politica italiana risponde più ai grandi interessi privati che agli elettori

Un aspetto che mi preoccupa molto dell’evoluzione del nostro sistema politico nell’ultimo ventennio, è la permeabilità del nostro sistema istituzionale alle pressioni esterne che sono in grado di fare e disfare maggioranze, di favorire l’ascesa di Presidenti del Consiglio, e ministri, che mai si sono sottoposti al giudizio degli elettori, il tutto nella più totale legittimità costituzionale.

Gli elettori, che dovrebbero essere il fulcro di una democrazia, si ritrovano ad essere l’ultima ruota del carro, da consultare il meno possibile.
È quindi naturale una perdita di fiducia nei partiti, nella democrazia stessa, e sempre più sfilacciato e diviso è il tessuto sociale, soprattutto a seguito della decennale crisi economica a cui l’intero arco parlamentare attuale (ad esclusione di alcune voci dissonanti) non riesce, e alla fin fine non vuole, dare risposta, a cui si aggiungono gli effetti della pandemia.

Mentre negli altri paesi è buona consuetudine, non obbligo, ridare la parola agli elettori dopo le dimissioni di un governo sostenuto da una maggioranza che non ha più la fiducia del paese, da noi la consuetudine stanno diventando questi “governi tecnici” (virgolettato d’obbligo perché le scelte sono sempre politiche) che storicamente non hanno mai prodotto nulla di buono. Sono sempre state delle fasi di accelerazione per il consolidamento degli interessi dominanti, tra privatizzazioni, austerità e persino modifiche della Costituzione.

I responsabili sono senz’altro, e prima di tutto, i partiti attuali, che ci stiamo trascinando dietro lungo tutta questa pessima Seconda Repubblica. Sono loro alla fine della fiera a dire sì o no, e il fatto che non vi sia più il finanziamento pubblico alla politica li ha resi più deboli e influenzabili dai grandi finanziatori privati.

In second’ordine di responsabilità vi sono i nostri Presidenti della Repubblica, in particolare Mattarella e Napolitano. Sempre nel pieno rispetto della legge formale, sia chiaro, non hanno esitato ad espandere oltre la consuetudine le loro prerogative. Mattarella rifiutando la scelta di Paolo Savona come ministro e Napolitano in svariate occasioni e soprattutto accettando un secondo mandato come Presidente della Repubblica. Entrambi sono stati episodi miliari, in negativo, della nostra storia repubblicana. Se a questo aggiungiamo una repulsione da parte di entrambi al ritorno alle urne, per quanto abbiano tentato di giustificarla, la Costituzione appare sempre più schiacciata in un angolino mentre sempre più numerosi sono i riferimenti e i richiami alla fedeltà ai trattati europei, con essa incompatibili.

C’è quindi da chiedersi se qualcosa non debba essere rivisto nel nostro sistema politico-istituzionale, oltre all’ovvio e necessario ripristino del finanziamento pubblico alla politica. Nessun paese come l’Italia è stato difatti così soggetto alle trame parlamentari, non sempre generatrici di un proficuo compromesso al rialzo, ma sempre più strumento di manipolazione della rappresentanza parlamentare per scopi anche diametralmente opposti a quelli indicati come prioritari dagli elettori, attraverso il voto.

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