Intervista associazione Indipendenza: perché si insiste sul concetto di sovranità?

Prosegue l’inchiesta del blog nel mondo di quelle organizzazioni e forze politiche che insistono sull’importanza del concetto di sovranità, oggi purtroppo passato in secondo piano rispetto agli interessi dei mercati e della finanza.
L’intervista è a Francesco Cartolini, portavoce dell’associazione “Indipendenza”, che ci spiegherà la stretta correlazione tra indipendenza nazionale, sovranità e democrazia.

Perché “Indipendenza”?

Quando, nel 1986, nacque come rivista (cartacea) ed organismo promotore di iniziative e campagne politiche, Indipendenza pose da subito la centralità della questione nazionale e delle connesse istanze rivendicative della sovranità e dell’indipendenza. Questi i ‘nodi’ ritenuti principali da sciogliere e da articolare per un obiettivo fondamentale, strategico: una riscrittura dei rapporti di società, di relazione, di produzione, alternativi al modello capitalistico dominante. La conquista dell’indipendenza nazionale è la conditio sine qua non della rivoluzione. Non può esserci rivoluzione sociale senza libertà (e quindi sovranità) nazionale. È questo il cuore, l’essenza del messaggio politico di “Indipendenza”.

Parlavate già allora di sovranità ed indipendenza nazionale?

Sì. Nasciamo appunto ponendo con forza l’attualità e la valenza delle istanze della sovranità, dell’indipendenza, della liberazione nazionale e sociale. La rivendicazione ‘nazionale’ già allora ci appariva come la più efficace a contrastare le tendenze ‘globaliste’ del capitalismo, potendo fungere da premessa e da collante generale per tutta una serie di rivendicazioni sociali in senso lato. Siamo ancora convinti, ad una attenta lettura delle dinamiche internazionali e dei mutamenti della mappa geopolitica intervenuti in questi decenni, che dall’incontro delle due diverse prospettive possa scaturire il massimo dell’efficienza e dell’incidenza politica. Sintetizzando: la rivendicazione nazionale (nei termini appunto, innanzitutto, della conquista della sovranità e dell’indipendenza) come questione principale; la prospettiva della giustizia e della liberazione sociale come questione fondamentale, come cartina al tornasole della liberazione nazionale.

Siete anche associazione?

Sì. Dal 2015 alla rivista si è affiancata un’associazione che porta lo stesso nome: Indipendenza (https://associazioneindipendenza.wordpress.com/ ). L’intento è quello di imprimere più forza aggregativa e d’azione rispetto a quanto possa per sua natura svolgere una rivista che pure ha promosso e co-promosso, in tutti questi anni, una mole davvero notevole di iniziative in diverse parti d’Italia. Parallelamente l’associazione intende stimolare analisi ed attivare dibattiti, per dare nel complesso, alzando il livello qualitativo, maggiore concretezza e quindi favorire maggiore aggregazione in vista di quella prospettiva di liberazione nazionale e di emancipazione sociale che ci caratterizza dalla nascita.

Indipendenza da chi?

L’esistenza di un centinaio di basi NATO sul nostro territorio, l’asservimento anche culturale nei confronti degli USA a partire dal secondo dopoguerra, cessioni significative e decisive di sovranità politica ed economica in favore dell’Unione Europea (creatura della dominazione USA), sono i presupposti più evidenti. L’Italia è un soggetto politico quasi del tutto privo di reale sovranità. Lo Stato esistente svolge sempre più funzioni di organismo amministrativo e poliziesco in senso lato conto terzi, indifferente ed estraneo agli interessi nazionali. È luogo di composizione e di scontro di interessi di gruppi grande imprenditoriali e finanziari (anche) parassitari ‘nostrani’ e di quelli prevalenti di uno Stato estero, gli Stati Uniti, che da circa 75 anni orienta le linee di indirizzo politico ed economico di questo paese.

Che relazione vedete tra Stati Uniti ed Unione Europea?

La fine della cosiddetta Guerra Fredda (implosione dell’URSS nel 1991) determinò una dipendenza dell’Italia –e del ‘campo occidentale’ in generale– ancora più stretta dagli Stati Uniti che si andò aggravando man mano che prendeva forma la piattaforma atlantica dell’unione europea, avviata dagli USA dall’immediato secondo dopoguerra.

Ciò –argomentavamo– avrebbe portato al degrado politico, economico, sociale, culturale non solo del nostro Paese, con conseguenze negative per le classi popolari. In Italia, abbiamo precorso, pressoché in solitudine, lo scenario di oggi determinato sia dalle imposizioni, dalle direttive, dai vincoli di matrice euro-atlantica via via a tutto campo, sia dalla compiacenza ora subalterna ora interessata delle classi sub-dirigenti italiane (analoghi processi –grossomodo– in altri Stati europei) ad includere non solo quelle del mondo politico ma anche quelle del mondo culturale ed imprenditoriale.

Perché, quindi, il concetto di indipendenza?

Partire dal tema della dipendenza ha in sé una valenza innanzitutto critica nel saper andare al fondo delle problematiche della presente epoca, consente una chiave di lettura del perché di una serie di questioni e problematiche economiche, sociali, culturali, ambientali, eccetera, altrimenti inspiegabili o poco chiare, e di riflesso è in grado di indicare indirizzi altri, di dispiegare potenzialità propositive notevoli. Questa dipendenza si è poi evoluta in modo conflittuale all’interno dello stesso campo dominante.

In che senso si è evoluta?

Alla dominanza atlantica esercitata a danno del nostro Paese dagli Stati Uniti da tre quarti di secolo, si è andata sviluppando quella carolingia esercitata dall’asse franco-tedesco a guida germanica per il tramite dell’irriformabile Unione Europea. La firma del Trattato di Aquisgrana nel gennaio scorso ha suggellato quest’ultimo asse, già in essere –nei fatti– da tempo.

Cosa rispondereste a chi sostiene che certe tematiche rievocano istanze fasciste?

Che vi è una strutturale alterità di ragioni sociali e di ‘orizzonti di società’. Il fascismo ha operato una mistificazione colossale rendendosi colpevole di almeno quattro crimini sul terreno della questione nazionale: politicizzazione partitica dell’identità nazionale (“anti-fascista” o “a-fascista” reso sinonimo di anti-italiano); associazione dell’idea di nazione ad un programma espansionistico, colonizzatore e razzista di tipo imperialistico; leggi razziali del 1938 con introduzione di criteri di discriminazione su base religiosa tra membri appartenenti alla stessa nazione; oppressione e tentativo di cancellazione delle minoranze nazionali di lingua tedesca, slava e greca.

L’affermazione di interessi di grande potenza o anche solo di classi dominanti subalterne, smaniose di mantenere ed accrescere i propri privilegi di potere, è quanto di più anti-nazionale ci sia. Il capitalismo non ha mai avuto e non avrà mai “nazione”, semmai uno Stato pronto a tutelare i propri interessi. L’esistenza di un’entità statuale libera, non soggetta a ingerenze esterne, non presuppone automaticamente la liberazione nazionale se al suo interno permangono intatti i rapporti di classe tra dominanti e dominati tipici del capitalismo, sistema basato sul primato del profitto a scapito degli interessi collettivi e sul dominio sempre più stringente di grandi oligarchie imprenditorial-finanziarie (nel caso italiano autoctone e soprattutto estere).

Una corretta prospettiva nazionalitaria si fonda inoltre, necessariamente, sul rispetto di tutte le nazioni, quale presupposto ineludibile e fondamentale di una prospettiva realmente “inter-nazionalista”. È bene infatti sottolineare che il prefisso “inter” sta per “tra”, non per “senza”. Come corollario aggiungiamo che la nostra concezione della nazione è storica, culturale e politica, in altre parole è inclusiva, aperta cioè all’integrazione di chiunque decida di esserne parte, indipendentemente dal colore della pelle, dal paese di provenienza e dalla religione professata. Nulla a che vedere con sciovinismi vecchi e nuovi.

In una società globalizzata come quella attuale è possibile e sensato portare ancora avanti lotte per l’indipendenza?

La domanda si può ribaltare facendo semplicemente notare che è il “libero mercato” (che non è affatto un “mercato libero”) a generare povertà ed esclusione sociale, dentro e tra le nazioni. Le prescrittive ideologie della globalizzazione e del mercato unico globale, elementi fondanti in questa epoca dell’egemonia globale dell`imperialismo USA, sono tra gli oggetti della nostra analisi e della nostra critica. Le lotte di liberazione nazionale e sociale sono rivolte a fondare un diverso sistema dei rapporti internazionali, caratterizzato dal rispetto per la sovranità. Ciò non comporta peraltro nessuna tentazione autarchica e isolazionista. Semplicemente la cooperazione tra Stati liberi e sovrani non presuppone né la formazione di macro-aggregazioni sovra-nazionali (e pertanto inevitabilmente imperialiste), né più in generale l’abdicazione della politica da ogni sua funzione in favore del “dio-mercato”.

Ho letto del vostro convegno dal titolo: “Quale sovranità in Italia? Atlantica, carolingia o nazionale?”. Di che si tratta e che finalità vi ponete?

Il convegno si terrà a Roma, sabato 11 maggio (dalle 10,00 alle 17,00), in via Nomentana 54. Ci si soffermerà sui momenti apicali della dipendenza euro-atlantica, sulla fase geopolitica attuale, sui punti a nostro avviso caratterizzanti un percorso politico necessariamente plurale ed inclusivo da costruire per la liberazione nazionale e sociale dell’Italia.

Il convegno ha anche il fine di stimolare da un lato all’impegno, alla militanza, dall’altro alla collaborazione e alla convergenza d’azione con chi (singolo o realtà collettiva) si muove su posizioni di analoga sensibilità.

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