La fame infinita per il petrolio e la sfida dell’indipendenza energetica

Ispirato dalle vicende venezuelane e dall’aver terminato proprio oggi la lettura del libro “Le vene aperte dell’America Latina” di Eduardo Galeano, ho deciso di scrivere a riguardo di uno dei temi che a mio parere una forza politica si deve assolutamente porre come faro per la sua azione di governo, ovvero la questione dell’approvvigionamento energetico.
Una svolta ce la chiede il pianeta, la cui capacità di sostenerci è messa sempre più a dura prova ed è ormai agli sgoccioli, e ce lo chiedono i popoli dei paesi esportatori della materie prime, per i quali gli idrocarburi da potenziale fonte di enorme ricchezza si sono trasformati in rovina, attirando la violenza predatoria delle industrie multinazionali straniere desiderose di impadronirsi di vasti giacimenti, da estrarre a basso costo impiegando manodopera sottopagata, reprimendo le proteste nel sangue e rovesciando ogni governo che osasse mettersi di traverso ai loro interessi.

Come dicevo il Venezuela rappresenta un modello paradigmatico di cosa significhi per un paese trovarsi sopra alla più grande riserva di petrolio oggi nota al mondo.
Di questo paese molte persone conoscono solamente i più recenti sviluppi, con il suo Presidente, Nicolas Maduro, accusato dalle potenze occidentali di essere un dittatore da rimuovere assolutamente, come valeva anche per il suo predecessore Hugo Chavez. In realtà, come spesso accade, dietro ai comunicati ufficiali c’è un’altra realtà, mossa dagli interessi economici privati, finanziatori delle campagne elettorali dei partiti liberali, i quali desiderano accumulare sempre maggiori profitti ed impadronirsi di una delle materie prime più redditizie al mondo: il petrolio. Soprattutto se è possibile estrarlo ad un costo di dieci o venti volte inferiore al costo di estrazione in territorio nordamericano.
I grandi interessi privati multinazionali sono oggi fortemente ridotti, in Venezuela, a seguito della nazionalizzazione di gran parte dei processi estrattivi attuata dal governo socialista di Chavez e difesa da Maduro. Ciò ha permesso di finanziare i programmi sociali del governo per la sanità, l’istruzione, le politiche abitative e per abbattere quasi totalmente la mortalità infantile legata alla fame.
Qui di seguito alcuni estratti dal libro di Galeano, che danno più chiaramente l’idea di quando è cominciata e di ciò che ha significato per il Venezuela la febbre dell’oro nero:

Fino al 1917, il petrolio coesisteva, in Venezuela, con i latifondi tradizionali, gli immensi campi spopolati, terre incolte dove i proprietari controllavano il rendimento della loro forza-lavoro frustando i peones o sotterrandoli vivi fino alla cintura. Alla fine del 1922 scoppiò il pozzo di La Rosa che buttava centomila barili di petrolio al giorno e con il pozzo scoppiò la tempesta del petrolio.
(…) Il re del carnevale delle concessioni era il dittatore Juan Vicente Gòmez, un allevatore delle Ande che passò i ventisette anni di governo (1908-1935) a far figli e affari. (…) Le grandi potenze ricoprivano il petto di Gòmez di lucide decorazioni: bisognava dar benzina alle automobili che invadevano le strade del mondo. I favoriti del dittatore vendevano le concessioni alla Shell o alla Standard Oil o alla Gulf; il traffico delle influenze e della corruzione scatenò la speculazione e la fame di sottosuolo. Le comunità indigene vennero depredate delle loro terre e molte famiglie di agricoltori persero, con le buone o con le cattive, le loro proprietà. La legge petrolifera del 1922 venne elaborata e redatta dai rappresentanti di tre imprese statunitensi. I campi di petrolio erano recintati e avevano una loro polizia. Si proibì l’ingresso a quanti non avevano il cartellino d’ingaggio dell’impresa; era vietato addirittura transitare sulle strade che portavano il petrolio ai porti.

(…) Quando, nel 1958, venne rovesciato il dittatore Carlos Pérez Jiménez, il Venezuela era un grande pozzo petrolifero che, circondato da carceri e camere di tortura, importava tutto dagli Stati Uniti: le automobili e i frigoriferi, il latte condensato, le uova, la lattuga, le leggi e i decreti. Nel 1957 la Creole, la più importante tra le imprese di Rockefeller, aveva conseguito e dichiarato profitti pari a quasi la metà dei propri investimenti globali. La giunta governativa rivoluzionaria portò dal 25 al 45 per cento il tasso d’imposta sul reddito delle aziende più importanti. Come rappresaglia, il cartello decise l’immediato ribasso del prezzo del petrolio venezuelano e cominciò a licenziare in massa gli operai. Il prezzo del petrolio calò a tal punto che, nonostante l’aumento delle imposte e del volume delle esportazioni, lo Stato incassò 60 milioni di dollari in meno dell’anno precedente.

Scrive sempre l’autore che nessun paese al mondo ha mai dato tanto al capitalismo in un lasso di tempo così breve. Dal Venezuela è uscita una ricchezza persino superiore a quella usurpata dagli spagnoli a Potosì o dagli inglesi all’India.
Il Venezuela pativa un salasso di 700 milioni di dollari all’anno, dollari veri e dichiarati che se ne andavano come “rendita del capitale straniero”.
Successivamente le imprese cominciarono ad impiegare sempre meno manodopera, scavando profondo come non mai il solco tra l’opulenza di pochi e la miseria di molti in Venezuela.
Questa la situazione negli anni ’70, quando fu scritto il libro:

Intanto i bilancini continuano a dondolare la testa e la pioggia di dollari cade su Miraflores, il palazzo del governo, per trasformarsi poi in autostrade e altri mostri di cemento armato. Circa il 70 per cento del paese vive del tutto emarginato. Nelle città prospera una classe media imbecille, pagata a stipendi altissimi, che si inzeppa di oggetti inservibili, vive instupidita dalla pubblicità e ostenta in modo incredibile stupidità e cattivo gusto.

(…) Sulle pendici delle colline oltre mezzo milione di dimenticati contempla, dalle capanne cementate d’immondizia, lo sperpero altrui. Lungo i viali della città dorata lampeggiano centinaia di migliaia di automobili ultimo modello. Alla vigilia delle feste, nel porto della Guaira arrivano navi cariche di champagne francese, whisky scozzese e boschi di pini di Natale provenienti dal Canada, mentre, secondo statistiche, ancora nel 1970 la metà dei bambini e dei ragazzi del Venezuela continua a rimanere fuori dalle aule scolastiche.

Appaiono quindi evidenti le ragioni che hanno spinto all’ennesimo tentativo di golpe in Venezuela da parte degli Stati Uniti e delle potenze alleate, per riprendersi i profitti che la rivoluzione ha loro sottratto.
Per fortuna, al momento, grazie alla resistenza di una larga maggioranza popolare e alla fedeltà delle forze armate, il pericolo sembra scongiurato.

Rimane però per noi l’esigenza imprescindibile di sottrarci a queste logiche, anche perché l’Italia molto avrebbe da guadagnare da una maggiore diversificazione delle proprie fonti energetiche. Decine di migliaia di posti di lavoro potrebbero essere creati da massicci investimenti pubblici nel settore delle energie rinnovabili, che già ci vede all’avanguardia nel mondo nel settore privato, e a mio parere un occhio di riguardo andrebbe riservato alla ricerca sulla fusione nucleare, la cui concretizzazione sembra sempre più fattibile.
Investire nelle vecchie centrali a fissione nucleare, come si proponeva di fare il governo Berlusconi nel 2011, sarebbe stato un errore perché l’Italia sarebbe arrivata in ritardo a sviluppare una tecnologia che nel resto del mondo sta mostrando diversi limiti, di sicurezza ma anche relativi allo smaltimento delle scorie radioattive.
Un mix di energie rinnovabili, gas naturale e, chissà, di fusione nucleare potrebbe essere, invece, davvero la realizzazione dell’importantissimo e agognato traguardo dell’indipendenza energetica grazie per la maggior parte a fonti pulite, universali ed inesauribili.
Sottrarci alla catena di violenza e sfruttamento alimentata dal petrolio potrebbe cambiare in meglio la vita di milioni di persone e restituire sovranità e dignità ai popoli oggi oppressi dall’inesauribile voracità dei nostri sistemi produttivi.

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