Ecco perché è impossibile un Sanders italiano e cosa serve fare

Scrivo questo articolo a seguito di due tornate elettorali amministrative, quelle d’Abruzzo e Sardegna. In entrambi i casi abbiamo avuto un ricompattamento delle due vecchie coalizioni, centrosinistra e centrodestra, attratte dalla “forza di gravità” delle leggi elettorali per le amministrative, che incentivano a coalizzarsi tra forze affini e con l’aggiunta di una miriade di liste civiche il cui compito è sostanzialmente di fare massa (addirittura 11 nella coalizione di centrodestra in Sardegna) e portare voti, dato che non hanno alcun profilo ideologico in grado di spostare la coalizione in un senso o nell’altro.
Al contempo abbiamo avuto un naturale arretramento del M5S, la forza che era finora riuscita a disarticolare il finto bipolarismo italiano fino a strappare la Lega alla coalizione di centrodestra per farne un partner di governo. Ora, però, l’ostinazione di non fare alleanze alle amministrative, come anche la deludente esperienza di governo, ne stanno minando il consenso agevolando invece la Lega Nord, il cui elettorato ha aspettative decisamente più semplici da accontentare. D’altronde se prometti rivoluzioni e poi la rivoluzione non arriva, i delusi finiscono attratti dal polo di potere ritenuto più affidabile perché sembra mantenere le aspettative, per quanto misere.

In questi stessi giorni, dall’altra parte dell’Atlantico, il senatore democratico e socialista Bernie Sanders ha annunciato che si ricandiderà per la Presidenza degli Stati Uniti d’America concorrendo alle primarie del Democratic Party nel 2020.
La sua candidatura, oltre ad essere oggi tra le favorite grazie al consenso accumulato in patria, raccoglie simpatie anche in Italia in un raggio di forze molto ampio. Tanti invocano un Bernie Sanders italiano che riesca a riportare al governo “i progressisti” con una piattaforma programmatica avanzata e socialista, che si possa contrapporre alla coalizione, solo momentaneamente accantonata a livello nazionale, del centrodestra.
Questa, però, a mio parere è solo l’ennesima illusione, per alcune semplici ragioni.
La prima è che il sistema statuniteste è fondato da sempre su due partiti, i quali non hanno un profilo ideologico definito, ma cambiano volto a seconda del candidato che riesce a spuntarla alle primarie, le quali sono codificate per legge secondo regole chiare e stabili nel tempo. Pertanto forze socialiste, come il giovane Democratic Socialist Party o il movimento di Bernie Sanders, sono in grado di organizzarsi e di far concorrere i propri candidati contro quelli classicamente liberali e, lentamente, conquistare pezzi importanti del partito, finanche il vertice. Il partito è, quindi, un mero strumento organizzativo per la conquista del potere.
In Italia, invece, il sistema è multipartitico e i partiti hanno – caratteristica europea – un’impronta ideologica essi stessi, che viene decisa di solito collettivamente al momento della fondazione ed eventualmente raffinata successivamente, a congresso. La linea del partito, sempre solitamente, tende a prevalere su quella dei candidati che di volta in volta si contendono le posizioni di vertice.
Nel nostro Paese, più che un candidato, è quindi necessario un partito che sappia radicarsi e costruire una piattaforma programmatica in grado di attirare l’interesse di una larga maggioranza di popolazione. La stessa che negli USA si mobiliterebbe per la vittoria del proprio candidato di riferimento.
Persino il Partito Democratico, che più di tutti aveva tentato di imitare il Democratic Party statunitense, proclamandosi pluralista e contendibile tramite primarie, ha via via ristretto i propri confini entro quelli del liberalismo economico e dei paletti imposti dall’europeismo che presuppongono il rispetto dei vincoli di bilancio e dei trattati economici europei, i quali restringono enormemente le possibilità di spesa, e quindi di intervento, del governo in carica. Un candidato non allineato come Dario Corallo alle primarie è stato votato da poco più dello 0% dei votanti.
Insomma, un programma di pesanti investimenti come il Green New Deal o di “Lavoro di cittadinanza” e di aumento della spesa pubblica in politiche sociali, sanità e istruzione – i cavalli di battaglia di Bernie Sanders – sarebbe impossibile senza attuare liberamente politiche valutarie espansive e volendo rispettare i vincoli di spesa che ci ritroviamo nell’Unione Europea e nell’eurozona in particolare.
Il perché stia mentendo chi vi illude che si possa fare a trattati vigenti lo trovate qui: Unione Europea e postdemocrazia. Perché non può funzionare.

Uno degli scogli che dovrebbe, però, affrontare questo nuovo partito nel contesto italiano è la presenza di moltissimi concorrenti, fintamente alternativi, che affollano il dibattito pubblico (il che è anche positivo, viva il pluralismo e la democrazia) e l’esistenza di leggi elettorali, e qui torniamo all’inizio del nostro ragionamento, che incentivano e premiano le coalizioni. L’unica eccezione, per il momento, è la legge elettorale nazionale, in larga parte proporzionale.
E’ evidente che il centrodestra, sempre compatto perché poco rilevanti le differenze interne e certamente sostenuto da chi detiene la maggioranza della ricchezza, sia l’avversario principale da soverchiare, ma anche il centrosinistra a trazione liberale ed europeista, ormai rinnegato da una buona parte della sua base elettorale, oggi confusa e dispersa. Il bipolarismo delle coalizioni, fintamente alternative, è quindi il principale freno al cambiamento dato dall’emergere di una opzione politica realmente diversa ed impattante sulle condizioni materiali delle persone, nonché sui rapporti di forza in Europa.
Le opzioni per uscirne sono due: o egemonizzare una delle due coalizioni principali, se si ritiene che sia possibile farlo contaminandosi con chi ha già dimostrato di aver fallito nel soddisfare le esigenze della maggioranza della popolazione e con chi non vuole affrontare la barriera costituita dalla normativa europea; oppure seguire l’intuizione del M5S, che è stata quella di aver capito che era necessario far saltare il bipolarismo, creando un terzo spazio e disarticolando le coalizioni esistenti.
Per il raggiungimento di questo obiettivo – vitale per l’emersione di una qualsiasi alternativa – il M5S, l’unica forza che al momento sta tentando una minima politica redistributiva e non allineata in politica estera e sulle grandi opere, può diventare un interlocutore qualora una forza politica socialista ed eurocritica si ritrovasse nelle valutazioni strategiche fin qui delineate.

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