Intervista a Stefano D’Andrea (Fronte Sovranista Italiano): “Vogliamo costruire il partito del recesso dai trattati europei”

Prosegue il viaggio del blog nell’approfondimento e divulgazione delle idee “sovraniste costituzionali”. E’ oggi il turno del Fronte Sovranista Italiano nella persona del Presidente, professor Stefano D’Andrea.
Per chi non lo sapesse l’Associazione Riconquistare la Sovranità, oggi Fronte Sovranista Italiano-Riconquistare l’Italia, è la forza politica che per prima ha coniato il termine “sovranismo”, oggi diffuso in tutta Europa, e si è già candidata a diverse elezioni amministrative tra cui le regionali del Lazio e quelle per la Provincia Autonoma di Trento.
Non sono di destra, bensì socialdemocratici, e rifiutando ogni scorciatoia non spaventa loro il difficile lavoro della costruzione di un partito da zero.

 

Il Fronte Sovranista Italiano nasceva come Associazione Riconquistare la Sovranità e, nonostante molti vi critichino e vi accusino di “settarismo”, vi va riconosciuto che tenendo la barra dritta avete fatto un percorso di crescita notevole che, dall’aver anticipato tutti, anche alcuni dei sovranisti più noti (proprio anche nella definizione del termine stesso), con le vostre analisi sulla natura dell’Unione Europea e dell’euro, vi ha portato ad essere i primi della galassia “sovranista costituzionale” ad esservi candidati alle elezioni locali. Cosa vi fece scattare anni fa la molla che vi ha portato sulle vostre posizioni e, successivamente, vi ha spinto a dare inizio ad un’impresa del genere, il costruire un partito da zero?

Intanto ti ringrazio, per aver riconosciuto che abbiamo tenuto la barra dritta – virtù rara di questi tempi e rarissima in politica -; che siamo stati degli anticipatori; e che siamo cresciuti notevolmente.
Per parlare della “molla”, sono costretto a ricorrere alla prima persona singolare, visto che la “molla” è stata personale. Sono sceso in quelle che allora potevano ancora essere chiamate le “catacombe della rete” il 2 giugno 2009, con un articolo – il mio primo articolo pubblicato sul web – che esprimeva il manifesto del mio partito ideale, il “Manifesto del Fronte Popolare Italiano” e un secondo articolo che chiariva che in Italia c’era il partito unico, che a mio avviso andava da “la destra” a Rifondazione (il patito europeista e quindi liberale) ed eravamo quindi in un secondo ventennio.
Il mio fine era di mettermi in marcia nelle catacombe per andare a cercare persone assieme alle quali tentare di dare finalmente, di nuovo, all’Italia un partito vero, che a mio avviso mancava da molto tempo. Direi dalla fine degli anni ottanta, visto che negli anni ottanta i partiti erano ancora partiti-istituzione anche se ormai decadenti, sia ideologicamente, sia nella funzione fondamentale di formare, selezionare e dare al paese una classe dirigente di livello alto ma di estrazione popolare. Nella seconda repubblica i partiti sono stati e sono tutti in vario modo liquidi: scalabili come una società per azioni quotata; o personali e aziendali; o scheletri senza carne, ossia contenitori riempibili di qualsiasi contenuto; o simboli e tessere senza militanti, meri centri di potere nazionale che trattano con centri di potere locale, o partiti “plurali” con dentro una decina di correnti, anche quando ormai erano partitini. Il M5S e la nuova Lega per Salvini premier non sono una novità o una reazione: sono le metastasi del sistema. A loro modo sono liquidi. Già i nomi dei due partiti dicono tutto. Non c’è nessuna terza repubblica.
Nel 2009 vagai nei forum e curai il mio blog, Appello al Popolo, entrando in contatto con alcune persone che ora sono nel FSI.
Nel 2010 mi sono imbattuto sulla rete in Giulietto Chiesa, che promuoveva un partito o laboratorio (nemmeno lui aveva le idee chiare) dal nome insignificante (ma significativo) “Alternativa”. Sebbene egli fosse allora sicuramente un globalista e un cosmopolita sono andato a vedere chi c’era. In Alternativa ho conosciuto Badiale e Tringali, che oggi sono nel FSI. Alternativa non aveva futuro, era organizzata malissimo, promuoveva la persona di Chiesa, anziché essere promossa da Chiesa, ma da quella pessima organizzazione appresi cosa non bisognasse fare.
Mi misi quindi a cercare da qualche altra parte.
Vivendo, da poco, a Perugia, nell’aprile del 2011 andai a trovare Moreno Pasquinelli, curatore del blog Sollevazione, che aveva promosso una manifestazione in occasione dell’arresto di alcuni cittadini libici (erano già iniziati i bombardamenti contro la Libia di Gheddafi). Decidemmo di organizzare un convegno dedicato ai temi dell’euro e dell’Unione Europea, che si sarebbe svolto a Chianciano in ottobre. Invitammo Cremaschi, che non venne ed era a favore dell’euro, Giacché, che non venne ed era a favore dell’euro, Cesaratto, che venne ma era ancora dell’idea che si dovesse spingere la Germania a inflazionare o a condividere il debito pubblico. In agosto fu pubblicato l’articolo di Bagnai su “Il manifesto” e allora invitammo anche Bagnai, che venne. La mia relazione al convegno di Chianciano si intitolava “O la Costituzione della Repubblica Italiana o l’Unione Europea”.
Dopo il convegno di Chianciano il gruppo di Sollevazione ebbe un rigurgito di comunismo – volevano un movimento “a trazione operaia” – e manifestò propositi di azione, a mio avviso senza senso; in particolare, voleva creare subito un movimento (eravamo quattro gatti), anziché, come proponevo io, un’associazione che lo promuovesse. Viste le divergenze linguistiche, sulle idee organizzative, sulla strategia di azione e, in parte, anche sui contenuti, e considerato che in due anni avevo incontrato parecchi teorici, talvolta dignitosi e talvolta da strapazzo, ma nessun uomo d’azione, decisi che la miglior cosa era cominciare ad agire e promuovere da solo un’associazione che poi si sarebbe alleata o fusa con altre.
Facendomi aiutare da alcuni amici conosciuti sulla rete, scrissi il documento di analisi e proposte, il progetto, e lo statuto dell’ARS- Associazione Riconquistare la Sovranità, e inviai una mail a oltre sessanta persone, per lo più conosciute in due anni di attivismo sulla rete. Una trentina accettarono, anche se alcuni soltanto a titolo di amicizia, senza essere molto convinti. Ben presto entrarono nell’ARS alcune persone che si sarebbero rivelate decisive e a quel punto finalmente scomparve l’”io” e potei parlare con quel “noi” che avevo cercato nella rete e che dopo due anni e mezzo di vane ricerche ero stato costretto a promuovere.
L’associazione era a termine. Alla scadenza del quadriennio, nel giugno 2016, radunammo a Roma più di duecentocinquanta persone, e prendemmo atto che lo scopo sociale era stato raggiunto: avevamo radunato un numero di persone di valore, sufficiente per dire: tentiamo di dar vita a una frazione della futura alleanza sovranista (allora di questa parola ancora non si erano appropriati gli pseudo sovranisti, in realtà sovranari, europeisti e liberali della lega).
Per creare la nostra frazione ci siamo dati quattro anni di tempo. A giugno 2020, la nostra frazione sarà pronta.

Come orizzonte politico vi siete dati quello delle elezioni nazionali del 2023, per tentare lo sbarco in Parlamento. Qual è la vostra strategia per raggiungere un consenso di massa e che possa permettervi l’accesso al Parlamento? Stiamo parlando di un milione di voti.

Noi abbiamo sempre detto di voler dar vita a una frazione di una alleanza, ma ovviamente dobbiamo fare del nostro meglio per l’ipotesi che nel 2023 saremo soli.
Per poter aver accesso al Parlamento, bisogna prima essere capaci di candidarsi, ossia di raccogliere le firme in tutte (o quasi) le circoscrizioni. Questa è la prima delle condizioni. Per ora, considerato che siamo un gruppo inesperto, ci stiamo allenando nella palestra delle regionali. Nel Lazio abbiamo raccolto le sottoscrizioni in tre circoscrizioni (su cinque) le quali, tuttavia, comprendendo Roma, riguardavano i cinque sesti della popolazione e siamo riusciti a candidarci. In Trentino siamo riusciti a candidarci, mentre in Alto Adige nemmeno abbiamo provato e dunque nella regione del Trentino Alto Adige siamo a metà strada. In Abruzzo pure siamo a metà strada, perché abbiamo raccolto le firme in provincia di L’Aquila e di Pescara, ma a causa della legge elettorale, che richiede la candidatura delle liste provinciali in tre circoscrizioni su quattro, non siamo riusciti a candidarci. Ora stiamo tentando una impresa impossibile in Piemonte per maggio – dove, per ora, siamo presenti soltanto in tre circoscrizioni su otto, tra le quali Torino, ma ne serve una quarta, nella quale la presenza è tutta da costruire – e due imprese appena un po’ meno difficili in Emilia Romagna e in Calabria per novembre 2019. Nel 2020 vorremmo tentare in sei regioni (su sette nelle quali si svolgeranno le regionali).
Tentando, tutti i militanti si sentono utili, tutti imparano qualcosa, – come chiedere le firme; come trovare e come instaurare rapporti con consiglieri comunali o cancellieri o giudici di pace che siano persone per bene e che ci autentichino le firme; come formare i moduli – , tanto più che pressoché nessuno di noi è ex militante di altri partiti, quindi tutti abbiamo tutto da imparare; e il partito impara dalle esperienze che fa, e si avvale delle nuove conoscenze e riflessioni nei tentativi successivi.
Altro effetto positivo è che quasi sempre otteniamo l’aiuto, grande o piccolo, dei simpatizzanti, spesso non disposti a volantinare, a fare banchetti, a divulgare pubblicamente su facebook, a iscriversi e a sentirsi vincolati, ma molto più disponibili a dare una mano in forme specifiche e per breve tempo, come nella raccolta delle firme. Alcuni poi si iscrivono.
Se poi in alcune regioni riusciamo a candidarci, come è accaduto nel Lazio o in Trentino, grazie alla legge sulla par condicio, qualche centinaio di migliaia di persone – dipende dalle popolazioni regionali – si imbatterà in noi o verrà a contatto con il nostro simbolo e con il nostro partito. In genere spuntano anche nuovi simpatizzanti o militanti.
Abbiamo tempo fino al 2023 per coprire tutto il territorio nazionale o quasi. Non è impossibile, soprattutto se si tiene conto che la raccolta delle firme è molto più difficile per le regionali che per le nazionali: per candidarsi alle regionali, servono molte più firme. In Abruzzo, per esempio, raccogliendo le firme a L’Aquila, ci saremmo candidati nel collegio L’Aquila-Teramo e raccogliendo le firme a Pescara in quello Pescara-Chieti. Le regionali quindi sono un’ottima palestra.
E’ possibile costruire entro il 2023 una struttura organizzativa diffusa sul territorio nazionale e capace di raccogliere tutte le firme necessarie o quasi. Si può fare. L’uomo d’azione deve in primo luogo tentare di fare tutto ciò che è nelle sue forze, altrimenti non è un uomo d’azione ma un ciarlatano. In ogni caso, se consideriamo altre associazioni che hanno idee simili alle nostre, quand’anche noi riuscissimo a raccogliere le sottoscrizioni in due terzi o metà delle circoscrizioni, tutti assieme saremo certamente capaci di candidarci.
Una volta raccolte tutte le sottoscrizioni, gli Italiani – se non avremo precedentemente sfondato il teleschermo per altra via – sapranno che oltre i partiti che già conoscono ce n’è uno, non organizzato in forma aziendale, che, senza denaro, senza personaggi famosi, senza presenza in TV, è riuscito a raccogliere le firme e a candidarsi. Sono cose che le persone di valore apprezzano. Per riuscire in ciò che stiamo tentando, bisogna conquistare prima di tutto la stima di molte persone di valore. Meglio la stima di una persona di valore che condivida le nostre idee al 60% che la stima di un uomo senza fede, senza umiltà, senza disciplina, senza pazienza, convinto che oggi senza denaro e senza apparire in TV non si fa niente, anche se poi condivide le nostre idee al 100%.
Inoltre la par condicio ci consentirà di avere alcuni spazi nelle TV nazionali, pubbliche e private, e nei giornali. Lo spazio sarà minimo ma avremo la possibilità di parlare al popolo.
In fondo, nell’estrema destra, Casapound è riuscita a raccogliere le firme, dopo aver a lungo camminato alla velocità di una tartaruga, anche se poi, richiamandosi alla repubblica sociale e mostrando la sua natura, non poteva che buttare una opportunità che si era saggiamente costruita. Noi, invece, ci richiameremo al meglio dei partiti popolari della prima repubblica, la DC, il PCI e il PSI, alla Costituzione, alla Resistenza, al partito Repubblicano del nostro primo grande Risorgimento, ai protosocialisti italiani; a una concezione volontaristica e non etnica della nazione – anche se consapevoli che l’integrazione non è scontata, e che l’immigrazione non va desiderata e va disciplinata e quindi limitata; a istituti giuridici che nella prima repubblica hanno funzionato egregiamente – nella disciplina del lavoro, del commercio interno, del credito, delle professioni protette, dei rapporti commerciali con l’estero, della grande industria pubblica -; insomma, a tutto ciò che i liberali in quasi quaranta anni hanno smantellato, con sacrificio sia del lavoro subordinato che del lavoro autonomo, rendendoci un paese di seconda categoria. Avremo, perciò, molte più possibilità, e a mio avviso capacità, di attirare la stima dei migliori italiani.

C’è però un secondo obiettivo da raggiungere. Non basta raccogliere le firme per avere un certo spazio nei media nazionali e poter parlare al popolo. Bisogna riuscire a candidare moltissime persone di valore, in tutto il territorio nazionale. Oggi le campagne elettorali, oltre che al livello mediatico nazionale, si svolgono al livello mediatico locale, stampa cartacea (letta nei bar) e online, e nelle radio o TV locali, vincolate a rispettare la par condicio. I cittadini dovranno apprezzare non soltanto i candidati del FSI (o dell’alleanza) che parleranno nei canali di comunicazione nazionale ma anche i candidati che sfrutteranno gli svariati canali di comunicazione diffusi nelle contrade italiane.
Ecco, sebbene sia difficile, è possibile metter su una struttura organizzativa che sappia raccogliere le firme, sfruttare la par condicio e candidare militanti di valore che siano stimati, sia nelle poche apparizioni a carattere nazionale, sia, al livello locale, nelle città, nelle province e nelle contrade italiane.
Se poi riusciremo ad avere significativi passaggi televisivi molto prima delle elezioni, questo sarà un elemento in più. Vedremo cosa possiamo fare: fino ad ora non ci abbiamo nemmeno pensato. Ma, trattandosi di una possibilità che esula dal nostro dominio assoluto, non la dobbiamo considerare. Sarebbe cosa utilissima ma bisogna sempre elaborare soltanto piani – eventualmente difficilissimi da realizzare – che possano essere eseguiti con le forze che hai o che verosimilmente puoi riuscire a procurarti strada facendo.

Credo che molti si augurino la convergenza con altre forze socialiste e per la sovranità costituzionale, come Senso Comune, Rinascita, Patria e Costituzione. In che rapporti siete? Quali sono per voi le condizioni discriminanti per costituire un partito unico o, invece, una semplice alleanza elettorale? Perché avete criticato posizioni come, ad esempio, quelle di Potere al Popolo che si propone la rottura dei trattati europei e di conseguenza l’uscita dall’Unione a seguito (probabilmente) di una procedura d’infrazione?

I rapporti sono buoni. Non sono rapporti istituzionalizzati. Sono rapporti tra militanti che vivono nelle stesse città, che si conoscono, che si recano ad assistere ad iniziative organizzate dalle altre associazioni e che talvolta organizzano assieme eventi.
Per noi la condizione per l’alleanza elettorale è una soltanto. Deve trattarsi dell’alleanza che riunisce il “partito del recesso”. Si deve entrare in Parlamento, per parlare 5 anni e convincere gli Italiani che senza recesso niente si può fare e dopo il recesso tutto, sicché il recesso va esercitato a prescindere dai costi e dai rischi che comporta. Un popolo, come un uomo, deve anelare soltanto alla libertà. Il destino della nostra generazione è rendere di nuovo l’Italia uno Stato, perché ora, senza poter fare politica fiscale, monetaria, industriale e commerciale, non lo è. Promettere l’attuazione della Costituzione economica o la giustizia redistributiva o l’impresa pubblica dentro l’Unione Europea è da pagliacci, da mentitori, da ingannatori. Se vogliamo reintrodurre la giusta dose di statalismo, di socialità dell’economia, di stabilità del lavoro subordinato privato, di giustizia redistributiva, di possibilità economiche per i piccoli autonomi (artigiani, professionisti, commercianti) che si abbeverano sul mercato interno, bisogna recedere e riprendere la strada che abbiamo iniziato ad abbandonare negli anni ottanta. Ecco, l’unica alleanza che ci interessa ruota attorno a queste parole d’ordine. Per altre parole d’ordine esistono altri partiti e altre alleanze.
Costituire un partito unico è più complesso. Non soltanto si deve avere la stessa linea sotto il profilo contenutistico ma bisogna avere la stessa idea di partito: dell’organizzazione e del suo sviluppo. Un partito è fatto di uomini, organizzazione e idee. Sulle idee ci si allea e si media, purché vi sia accordo sull’idea principale. Ma sugli uomini da avere a fianco tutta la vita come fratelli e sull’organizzazione che il partito deve avere, e che ne conforma la personalità, non è possibile alcuna mediazione, se non minima. Una forma organizzativa e un gruppo di uomini possono affermarsi per egemonia, perché si sono rivelati migliori degli altri e ciò è riconosciuto da tutti, quindi per vittoria sul campo; altrimenti si avrà l’alleanza. Personalmente preferirei aderire ad un partito del quale apprezzassi la forma organizzativa e ammirassi i dirigenti, ma del quale condividessi le idee al 60%, anziché ad un partito che sostenesse le mie idee ma avesse una forma organizzativa debole e dirigenti mediocri.
In Potere al Popolo ci sono bravi ragazzi che conosco ma non abbiamo niente da spartire con loro. Basti pensare che per le Europee stanno trattando con De Magistris. Siamo tanto diversi che ormai li conosco pure poco, non li seguo. Non ci interessano e loro, ovviamente, non si interessano a noi.
Senso Comune, Patria Socialista e Rinascita Socialista sono un’altra cosa. Ci auguriamo che, oltre ad eliminare taluni tentennamenti sulla linea del “recesso”, che talvolta traspaiono qua e là, siano pazienti, sappiano crescere ed evitare scissioni, e accettino di essere soltanto parte di un tutto, di un’alleanza o di un futuro partito. Non è facile però. Tanti tentano ma quasi nessuno riesce. Bisogna essere consapevoli che dar vita a un partito è qualcosa di molto più difficile che creare una multinazionale. Perciò si deve essere umili e pazienti.
Tornando alla questione della fusione o dell’alleanza, va ribadito che bisogna allearsi o fondersi soltanto con chi sia riuscito a costruire qualcosa di significativo e che sia durato nel tempo. Allearsi o fondersi con chi ha fallito o è rimasto un piccolo gruppetto o sia ancora nella fase del tentativo e nulla abbia dimostrato significa suicidarsi. Speriamo che, se non tutte e tre, almeno due o tre delle quattro associazioni (noi compresi), crescendo e consolidandosi, giungano fino al 2021-2022, e a quel tempo decidano di preparare una lista comune, tagliando i ponti con chiunque non aderisca al “partito del recesso”.

Una delle critiche che mi sento di fare al sovranismo, per come l’avete definito, è che sembra non riesca ad immaginare un futuro per il nostro continente oltre l’Unione Europea. Non vi sembra un po’ riduttivo ritornare ad una situazione di Stati nazionali in competizione tra loro e che risolvono le proprie controversie tramite trattati bilaterali che per forza di cose escludono altri? Non è un po’ quello che si sta rimproverando alla Germania e alla Francia? In fondo molte delle sfide odierne richiedono investimenti su larga scala per restare al passo delle nazioni che investono molte più risorse di noi. Penso a settori come l’energia, lo spazio, la tecnologia, le infrastrutture su larga scala. Le persone hanno bisogno di sentire che non si sta compiendo un salto nel vuoto, quindi vi chiedo: qual è la vostra visione? Come immaginate l’Italia nel contesto internazionale?

Non so se sia proprio degli uomini politici o degli Dei immaginare un futuro per interi continenti. Non so quanti partiti si candidino o si siano candidati, nella storia, in uno stato dell’Asia o dell’Africa o dell’America meridionale, a parte forse partiti imperialisti, immaginando un futuro per interi continenti. Ma anche in Europa, quando mai i partiti si sono caratterizzati davvero per le idee di Europa che avevano, a parte i Radicali dalle idee strampalate? L’Europa, ha confessato Padoa Schioppa, è stata costruita con il metodo del dispotismo illuminato; con il metodo Juncker, rivendicato da Amato, in base al quale nessuno capisce cosa si sta decidendo e si va avanti fino al punto di non ritorno. I partiti, compresi i grandi partiti popolari e socialisti europei, sono stati utilizzati dai rivoluzionari liberali europei (una elite che ha deciso, Stato per Stato, in un salotto comodamente seduta in tre o quattro divani), che a loro volta sono stati utilizzati dalla classe dirigente tedesca (o erano sinceramente alleati di quest’ultima). Inoltre, anche quando queste idee relative a interi continenti hanno un posticino nelle ideologie dei partiti, si tratta spesso di chiacchiere, di declamazioni, di sogni, di immaginazione, appunto, quando non di allucinazioni e incubi.
La verità è che uno Stato deve sempre stipulare stabili trattati commerciali, soprattutto con riguardo ai settori strategici, e quasi sempre, salvo casi rarissimi, come la Svizzera, alleanze militari. Ma non vi è alcuna ragione per la quale questi trattati debbano riguardare tantissimi Stati per di più confinanti tra loro. Si pensi ai BRICS. In ogni caso, si potrebbe certamente stipulare un Trattato commerciale plurilaterale con alcuni paesi europei – non tutti gli attuali paesi della Unione europea, perché un Trattato a 28 Stati ha senso solo se la creazione del mercato e la competizione nel mercato sono il fine, non un mezzo. L’importante è che sia un trattato stabile, non destinato ad essere sempre più implementato; un trattato che non dia vita, quindi, a organi che emanino norme che prevalgano sul diritto interno, anche di rango ordinario. Insomma non deve esservi quel “potere” esterno agli Stati, che era stato istituito già con il Trattato di Roma e del quale parlava già il Manifesto di Ventotene. E’ quello il potere rivoluzionario. Un normalissimo trattato commerciale basta e avanza.
Quanto agli investimenti su larga scala, uno Stato di media grandezza, come l’Italia, la Francia o la Germania, spesso non può farli da solo. Ma si possono creare consorzi ad hoc o con competenze su certe materie, soprattutto all’interno delle alleanze di difesa, per esempio per lo sviluppo delle tecnologie e per l’acquisto delle armi di difesa.
Insomma, l’Unione Europea è un unicum nella storia, europea e non, ed è un obbrobrio, che ha coinciso con il minimo rilievo dei paesi europei sulla scena internazionale e con l’arretramento sociale delle classi popolari e medio-basse. Dobbiamo toglierci dalla testa che vi siano stati errori di progettazione o di esecuzione. E’ l’idea di una organizzazione sovranazionale europea che limiti gli Stati nazionali europei ad essere sbagliata, anzi sballata. Basta non voler essere originali e desiderare di essere come tutti gli Stati del mondo, che, piccoli (Malesia) o grandi (Cina), sviluppati (Canada) o in via di sviluppo (Sud Africa), europei (Norvegia), asiatici (Corea del Sud) o africani (Algeria), democratici o non democratici, non vogliono avere organizzazioni sovranazionali che ne limitino la sovranità.
Il salto nel vuoto è in realtà un salto verso la libertà: libertà di organizzarci come vorremmo e di dirigerci dove preferiremmo. E’ fondamentale far comprendere ai cittadini italiani che è una battaglia di libertà, di prosperità, di giustizia e di democrazia, contro un mostro che, piano piano, va minando anche l’unità nazionale e quindi va rinnegando due secoli di storia. Se le cose stanno così, è fuorviante e persino presuntuoso stare a discettare sul quadro geopolitico che sarà presente quando l’Unione Europea sarà implosa. Se devi evadere da un campo di concentramento, per fuggire ti accordi, se ti è indispensabile o utile, anche con un carcerato che umanamente disprezzi e non stai certo a condizionare la fuga a ciò che farai quando avrai riconquistato la libertà.

Infine, la domanda delle domande. Come si esce dall’UE? Perché non è sufficiente l’uscita dalla moneta unica per acquisire ad esempio la posizione che aveva il Regno Unito? Avete un’idea delle possibili conseguenze e di come gestirle?

Il problema non è come si esce. Si esce con una letterina del Governo. Che il recesso dai Trattati, in particolare quando danno vita a organizzazioni internazionali, spetti ai Governi, ove le Costituzioni nulla prevedano, è sempre stato pacifico. Oggi la dottrina ideologicamente europeista sta mettendo in discussione il principio consolidato, ipotizzando qualcosa di simile e contrario alla legge di ratifica dei Trattati internazionali. A suo tempo il problema verrà sollevato. Ma si tratta per ora di un problema teorico, perché manca ancora la volontà del popolo.
Ugualmente teorico, anche se in questo caso la soluzione è ancora più certa, è il problema se sarà necessario che tra il recesso e la sua efficacia (due anni) siano adottati provvedimenti d’urgenza contrari all’ordine giuridico europeo. Certo che sarà necessario. Per gli Stati che hanno adottato l’euro sarà necessario aver previsto tutto e aver scritto una serie di decreti già prima di recedere. Ma nemmeno questo è il problema. Si tratta di un illecito necessario per chi vuole recedere dalla UE e sta nell’UEM e che non avrebbe alcun rilievo: il sovrano è colui che decide sullo stato di eccezione.
Il problema vero però è la volontà del popolo. Come si forma la volontà sufficientemente maggioritaria dell’intero popolo?
Negli anni in cui alcuni intellettuali e alcuni politici, che allora erano all’opposizione, nei media nazionali, hanno declamato l’uscita – a giudicare a posteriori, purtroppo, ma come i più acuti avevano intuito, per soli fini di opportunismo politico -, anche se spesso uscita dal solo euro, i cittadini che volevano abbandonare l’Unione europea, sono passati da pochissimi che eravamo inizialmente al 20-25-30%.
Ora sono diminuiti, perché le allora opposizioni sono andate al Governo e declamano che un’altra Europa è possibile, che vogliono cambiare l’Europa da dentro, che si può stare nell’euro senza per questo essere costretti all’austerità. Anche gli intellettuali e i giornalisti che avevano a lungo sostenuto in TV l’abbandono dell’euro, avendo aderito ai due partiti opportunistici, sono costretti al silenzio per disciplina di partito.
Purtroppo, il lavoro che era iniziato durante la scorsa legislatura, e che era stato condotto da molti sulla rete e da alcuni intellettuali e giornalisti nelle TV nazionali, è stato quasi interrotto, sotto questo secondo profilo: il partito del recesso è di nuovo un partito che sta soltanto nella rete e per di più non ci sono partiti di opposizione opportunisti che vogliano fare marketing su questo tema. Ecco perché serve un partito che nasca ed entri in Parlamento al solo fine di promuovere e diffondere la volontà del recesso e che non entrerebbe mai in un governo europeista, dovendo mostrare per cinque anni agli italiani che senza recedere nulla si può fare..
Ciò che molti non hanno compreso è che l’Unione europea non imploderà mai, salvo che Francia o Italia recedano. E il recesso non può essere posto in essere da partiti liquidi che, per governare, ridiventino europeisti (o meglio mostrino ciò che sono sempre stati) e diffondano la ridicola, insensata e miserabile volontà di “cambiare l’Europa”, anziché quella di disintegrare l’Unione Europea.
Dovrebbe essere chiaro, allora, per quali ragioni le analisi economicistiche o politiche che vedevano come “imminente” il tramonto dell’euro, pur utilissime a divulgare taluni meccanismi economici, erano politicamente sbagliatissime. Sono anni che diciamo che ci attende una lunga lotta di liberazione e che l’uscita dall’Unione Europea è il destino di una generazione di patrioti, specialmente, ma non solo, socialisti e democratici.
Infine, perché non basta abbandonare l’euro.
Intanto non si può fare, perché uscire dal solo euro non è legittimo e genererebbe una reazione ancora più violenta da parte dell’Unione Europea, ossia della Germania e della Francia, perché ci direbbero: siete ridicoli a pretendere che vi si applichino alcune norme dei Trattati e altre no, a vostra scelta.
Ma chi vuol ripartire dall’economia sociale e popolare della prima repubblica sa che lo sviluppo che hanno avuto, nell’Unione Europea, i principi di concorrenza, divieto di aiuti di stato (le varie forme di aiuti vietati) e di libera di circolazione dei capitali, renderebbe impossibile sia reprimere la finanza, sia ricreare una grande industria pubblica, sia tutelare il lavoro subordinato e far crescere salari e redditi degli autonomi che si abbeverano sul mercato interno. Perciò sono soprattutto le forze di ispirazione socialista o – magari ce ne fossero – che si richiamassero al personalismo cattolico, che devono desiderare l’uscita dall’Unione europea e non soltanto dall’euro. L’uscita dal solo euro, se ce la consentissero – ma non ce lo consentirebbero – sarebbe invece la soluzione ideale per rari e confusi sovranisti liberali.

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