Intervista a Stefano Fassina: “Lanceremo un Manifesto per la sovranità costituzionale”

Cercando di orientarci in questi tempi difficili, il blog comincerà una serie di interviste ai leader dei soggetti politici che in Italia si battono per il ripristino di una piena sovranità popolare e costituzionale.
La prima è con Stefano Fassina, che ringrazio della disponibilità. L’onorevole Fassina è fondatore di Patria e Costituzione nonché promotore assieme a Jean-Luc Mélenchon e Oskar Lafontaine della proposta di “Un piano B per l’Europa”. Oggi Patria e Costituzione è vicina anche alle posizioni della tedesca Aufstehen di Sarah Wagenknecht, leader di spicco della sinistra (Die Linke) tedesca.

Patria e Costituzione, come Aufstehen in Germania, non è un partito ma un’associazione sebbene entrambi siate stati accusati immediatamente di scissionismo.
Entrando subito nel cuore dell’intervista, sarà sempre così? O avete in programma di costituirvi come vero e proprio soggetto politico?

Siamo un’associazione di cultura politica che, insieme ad altre associazioni di orientamento analogo, lavora a costruire le condizioni culturali e organizzative per un soggetto politico autonomo o convergente con altri soggetti politici compatibili. Non siamo interessati all’ennesima operazione di testimonianza a sinistra. Quindi, nulla è scontato: oltre alla nostra maturazione, rilevano le dinamiche del contesto politico interno e europeo per i tempi e le scelte.

Come politico e parlamentare, dai tempi in cui eri vice-ministro del governo Letta, le tue posizioni sono cambiate di molto, e non certo in una direzione di maggiore convenienza personale. Di questo ti va dato atto. Prima con la conferenza per un Plan B e ora con l’associazione, rappresenti al vertice le posizioni del cosiddetto “sovranismo costituzionale”.
C’è la necessità che questa idea trovi uno sbocco politico. Pensi che
questo sbocco possa avvenire all’interno di un partito di sinistra tradizionale oppure senti la responsabilità di fare una proposta alternativa e unificatrice a gruppi come Senso Comune, Rinascita, il Fronte Sovranista Italiano?

Innanzitutto, vorrei segnalare che la maturazione delle posizioni che esprimo oggi è avvenuta negli anni con un’accelerazione durante la fase finale del Governo Monti. È sulla base di tali posizioni che prima ho lasciato il Governo Letta, cogliendo al volo l’assist del neo-segretario Matteo Renzi (“Fassina chi?) e poi il Pd. Da responsabile economico e lavoro del Pd, fui in radicale dissenso, in assoluto isolamento, sulla valutazione positiva della famosa Lettera della Bce al Governo Berlusconi. Da Vice-Ministro in carica scrissi un commento sul Sole24ore (21/12/13) e uno al Corriere (3/1/14) dove proponevo il Piano B, suscitando una comprensibile e preoccupata reazione di Michele Salvati.
Vedo molto complicato praticare la sovranità costituzionale nell’alveo delle sinistre, sia quella cosiddetta riformista, ancora completamente immersa nell’europeismo liberista, sia in quelle cosiddette radicali, segnate da una cultura no-State, no-borders sinergica all’impianto liberista. La convergenza delle associazioni in campo è in corso: abbiamo scritto insieme, Patria e Costituzione, Senso Comune e Rinascita!, un Manifesto per la sovranità costituzionale. Lo presenteremo in un’assemblea nazionale a Roma la mattina del 9 Marzo.

Sei stato spesso accusato a sinistra di rossobrunismo. Ti ritrovi in quella definizione o pensi sia un’etichetta ingiustificata? In particolare, riguardo all’immigrazione, porti aperti, porti chiusi o esistono soluzioni più complesse?

L’accusa di rossobrunismo o finanche di Badoglismo (Il Manifesto, 9/9/18) squalifica chi la fa. Viene dalle sinistre riformiste o radicali indisponibili a guardare in faccia la realtà e rassegnate a barricarsi nelle ztl delle città. Non si vuole prendere atto che si è chiusa una fase storica e è evaporato il miraggio trentennale della ricostruzione della sovranità democratica a livello sovranazionale. A proposito di migrazioni, cito il nostro Manifesto per la sovranità costituzionale: “Tanto la xenofobia, quanto il principio irrealistico di accoglienza illimitata (“no border”) sono risposte impraticabili per affrontare la sfida epocale delle migrazioni. Ignorano, infatti, le cause reali di un fenomeno che richiede
soluzioni politiche. Con riferimento all’immigrazione in occidente, se milioni di esseri umani sono costretti a lasciare i loro Paesi è soprattutto perché il neocolonialismo dei Paesi ricchi continua a depredarne le risorse e a scatenare guerre locali per spartirsi materie prime e mercati, mentre le “riforme” imposte da Fmi e Banca Mondiale ne aggravano la miseria. Ribadito che, né il diritto d’asilo nei confronti di chi è stato privato delle libertà democratiche, né il dovere di umana solidarietà nei confronti delle vittime di guerre e catastrofi naturali possono essere messi in discussione, va riconosciuto che la regolazione degli ingressi, in relazione alle effettive capacità di integrazione, è condizione essenziale per offrire un’accoglienza degna (fino allo jus soli), ossia in grado di garantire ai migranti accolti condizioni di vita e di lavoro analoghe a quelle dei cittadini autoctoni e, contestualmente, evitare dumping sociale verso i residenti. Va, insieme, affermato il diritto a non emigrare, in quanto l’emigrazione non è affatto un fenomeno positivo per il Paese d’origine, mentre ciascuno dovrebbe avere il diritto a vivere e lavorare in condizioni dignitose nel proprio Paese: un diritto da difendere con la solidarietà internazionalista fra le classi popolari dei Paesi ricchi e i Paesi poveri, chiamati a lottare assieme per promuovere e rafforzare il diritto allo sviluppo integrale di tutte le nazioni.”.

A sinistra l’organizzazione eurocritica numericamente più consistente è Potere al Popolo, c’è in progetto qualche collaborazione con Carofalo e Cremaschi? O avete un’impostazione differente al punto tale da impedire una collaborazione sul piano elettorale?

Mi pare che Potere al Popolo sia eurocritica, ma, nonostante Cremaschi e i suoi eurostop, ancora prigioniera del paradigma “riforma dei Trattati” e “Stati Uniti d’Europa”, come gli eurocritici moderati del Pd e dintorni. Non vedo disponibilità a riconoscere che non esistono per profonde ragioni storiche, culturali, linguistiche le condizioni per l’integrazione politica democratica e coerente con la nostra Costituzione.

Qual è il lasso temporale che immagini sia necessario per dare all’Italia il partito di cui c’è bisogno?

Certamente le elezioni europee di fine maggio sono un passaggio importante, sia per le conseguenze sulle sinistre italiane e sul M5S, sia per gli equilibri che determineranno a livello dell’Unione europea. Potrebbero aprire l’accelerazione di un processo già in enorme ritardo.

Quali sono i temi portanti e le condizioni che vanno realizzate per permettere all’Italia di rilanciarsi? Quale assetto politico dovrebbe assumere il continente europeo?

L’Italia, come ogni altro Paese fuori dal nucleo tedesco dell’eurozona, necessita di un cambio di rotta di politica economica: dal mercantilismo estremo si dovrebbe virare verso un keynesismo nazionale coordinato a livello Ue. L’assetto istituzionale dell’Ue, come indichiamo nel nostro Manifesto, dovrebbe essere quello di una confederazione di democrazie nazionali sovrane. Infine, noi, l’Italia, abbiamo necessità di ricostruire un sistema di partiti in grado di formare e selezionare classe dirigente e consentire partecipazione attiva e consapevole dei cittadini, innanzitutto lavoratori e lavoratrici. I social media possono migliorare la qualità della partecipazione politica soltanto in un quadro di politica organizzata collettivamente. L’individuo solo davanti alla tastiera è una forma di plebiscitarismo.

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