La svolta autoritaria delle élites e l’organizzazione popolare necessaria

In questi ultimi mesi stiamo assistendo al verificarsi di una serie di eventi, dall’America Latina all’Europa, che condividono come tratto d’unione l’esercizio sempre più autoritario della forza, nonché il consolidamento progressivo dei rapporti di forza in atto, da parte delle potenze egemoni nelle rispettive aree di influenza. Si sta disvelando quella che era un’illusione già da tempo nota ai più accorti, ovvero che il diritto internazionale non è altro che uno strumento azionabile solo da chi ha la forza per farlo.

All’interno di questo quadro scompaiono le tradizionali rappresentazioni della sinistra e della destra, con i partiti tradizionali della sinistra che, salvo poche eccezioni, hanno rinunciato alla proposta di un’alternativa all’ingiusto sistema economico vigente e ormai fanno fronte unico assieme alle destre più reazionarie per soffocare ogni tentativo che possa aprire una strada diversa. L’opzione data è la resa e l’adeguamento alle regole del libero mercato o l’abbattimento, con ogni mezzo necessario.
In Grecia, il governo per salvarsi ha scelto la resa, l’approvazione di un nuovo memorandum che produrrà i suoi effetti fino al 2060 e Syriza ha perso pezzi ed è ormai un partito che mira semplicemente alla gestione del poco esistente.
In Brasile, dopo l’incarcerazione di Lula a seguito di un processo la cui legalità è contestata, ha vinto le elezioni Bolsonaro, un politico reazionario la cui retorica aggressiva punta a dividere il popolo e che sin da subito ha garantito libero sfogo alle brame di terra a discapito della foresta amazzonica.
In Argentina, Macrì ha ridato avvio alle politiche neoliberiste che in passato avevano già sconquassato le finanze pubbliche argentine provocandone la bancarotta. L’importante in fondo è che l’Argentina non riesca a sviluppare una propria produzione e che rimanga nella filiera come paese esportatore di materie prime a basso costo.
Negli Stati Uniti, il Presidente Donald Trump, nonostante una campagna elettorale a parole isolazionista, sta proseguendo invece le note politiche imperialiste statunitensi con l’aggravante di decisioni eclatanti e potenzialmente molto pericolose come l’abbandono del trattato bilaterale con la Russia per il contenimento dell’arsenale nucleare e del trattato internazionale sul clima. Scelte davvero al limite della follia.
In Venezuela, paese con le più grandi riserve petrolifere al mondo, si sta tentando di rovesciare un governo non allineato ma fragile (per cause endogene ed esogene) come quello di Maduro riconoscendo un politico semi-sconosciuto autoproclamatosi Presidente come Guaidò, il quale ha già garantito, se il golpe dovesse riuscire, che privatizzerà l’azienda petrolifera di Stato, i cui proventi negli anni hanno permesso di realizzare i programmi sociali dei governi bolivariani fino al riconoscimento ottenuto nel 2013 dal governo Chavez da parte delle Nazioni Unite per aver debellato la fame nel paese. Il partito di Guaidò, Voluntad Popular, nonostante numerose azioni violente ed illegali, si definisce socialdemocratico ed è un partito membro dell’Internazionale Socialista, ovvero l’organizzazione a cui sono iscritti i tradizionali partiti socialisti europei.
In Italia, dalla scissione della Bolognina che ha coinciso con la fine del Partito Comunista Italiano, il serpentone PDS-DS-PD è stato per trent’anni tra i promotori, assieme al centrodestra, di politiche neoliberiste nel paese, opponendosi al rivale Berlusconi solo per contenderne il potere, fino al declino attuale che ha visto il PD alienarsi gran parte della sua base elettorale e trovare convergenze in economia più con Forza Italia e Lega Nord che con un movimento promotore di alcune politiche redistributive come il Movimento 5 Stelle. La Lega Nord, dal canto suo, mutando pelle è arrivata al governo ed ha ereditato gran parte del blocco di consenso di confindustriali e affini, prima suddiviso principalmente tra Forza Italia e Partito Democratico, in modo tale da bloccare ogni politica che possa mettere in discussione i privilegi e gli interessi dei grandi privati, vedasi il caso delle nazionalizzazioni (autostrade, ILVA, Alitalia, infrastruttura Telecom, ecc.), di cui ormai non si parla nemmeno più o sono finite congelate in secondo piano. Che dire poi dei propositi del Movimento 5 Stelle di cancellare Jobs Act e riforma Fornero? Non ve ne è traccia. Reddito di cittadinanza e quota 100 per come sono costruiti non vanno ad intaccare i rapporti di forza, attualmente fortemente sbilanciati, tra capitale e lavoro. Anzi, nel privato quota 100 potrebbe aiutare a sostituire vecchi contratti a tempo indeterminato con altri più flessibili indebolendo quindi la posizione dei lavoratori nelle aziende. Ma ecco che, in soccorso del governo, fugando ogni dubbio che all’interno del PD possa svilupparsi qualche proposta che possa riconquistare un ampio consenso popolare, i suoi esponenti superando ancora una volta tutti a destra hanno iniziato a criticare il sussidio del reddito di cittadinanza perché troppo alto rispetto ai salari medi anziché proporre un aumento dei salari (l’Italia è uno dei pochi paesi europei senza salario minimo) e la cancellazione dei contratti precari.

Ciò significa che destra e sinistra non esistono più? Assolutamente no. Significa che tali termini non sono più associabili ai riferimenti politici tradizionali. Significa che il termine sinistra, in particolare, è ormai squalificato. E significa, infine, che la bandiera e le rivendicazioni di quella che un tempo avremmo chiamato sinistra devono essere, e sono già oggi, riprese da nuove forze politiche emergenti. Le categorie tradizionali in Italia sono diventate inspendibili, soprattutto con un PD che continua a parlare di ricostruzione del centrosinistra dopo aver di fatto distrutto ogni traccia di sinistra a livello nazionale. Serve quindi elaborare un linguaggio e una proposta nuovi.

Una faglia che sta riemergendo, di fatto sempre appartenuta alla tradizione dei movimenti socialisti e comunisti ma spesso dimenticata per l’egemonia esercitata dalla destra su concetti chiave come i simboli e la terminologia nazionale, è quella tra l’autoritarismo delle élites, che si manifesta nelle istituzioni sovranazionali come l’Unione Europea e che coincide con una restrizione della democrazia – reale come nel caso dei vincoli di bilancio europei o invocata come ad esempio la proposta di eliminazione del suffragio universale – e le rivendicazioni popolari a partire da quella fondamentale di una piena sovranità popolare, che significa essere pienamente liberi nel determinare il proprio futuro.
Le élites non stanno perdendo tempo. All’interno dell’UE, trovandosi allineate per interessi e rappresentate dal governo francese e quello tedesco, hanno prodotto un trattato bilaterale che instaura una collaborazione rafforzata tra i due paesi, dominante e di fatto escludente per altri. I due paesi si impegnano in una politica di sicurezza comune – la Francia condividerà il seggio all’ONU e la sua forza militare – e per rafforzare l’unione economica e monetaria. Inoltre, concerteranno in anticipo la posizione da tenere prima di ogni consesso europeo, esercitando quindi un’egemonia ancora maggiore sull’intera area. Questo a fronte di un’Unione Europea evidentemente non più sufficiente per garantire l’esercitarsi dei rapporti di forza consolidati dato che, oltre ad aver perso un paese membro importantissimo come la Gran Bretagna, sta affrontando insubordinazioni continue da parte dei popoli più in difficoltà della periferia dell’eurozona ed è scossa da veti incrociati su vari temi, tra cui quello pompatissimo dai media ma assolutamente secondario delle migrazioni.

All’interno di questa rivendicazione fondamentale e basilare di liberazione nazionale – perché lo Stato nazione costituzionale è ancora il più alto livello di potere democratico oggi a disposizione – sarebbe poi possibile, per una forza politica che sappia sfruttare questa faglia organizzandosi in maniera efficiente e proponendosi in modo nuovo ed attrattivo per un’ampia maggioranza sociale oggi sparpagliata o costretta a votare il meno peggio e nel non voto, legare una proposta socialista che metta al centro i lavoratori, la redistribuzione della ricchezza, l’uguaglianza – che è condizione fondamentale affinché emerga il merito reale delle persone – la giustizia sociale e l’ambiente.
In Francia stiamo assistendo ad una mobilitazione impressionante, che sta durando ormai da dodici settimane, da parte del movimento dei gilet gialli i quali, pur essendo estremamente eterogenei, sostengono una avanzata piattaforma di proposte che sta mettendo in estrema difficoltà il governo Macron, costretto ad invertire la traiettoria delle sue politiche seppur con proposte ritenute ancora troppo deboli. A questa lotta si è recentemente saldata quella dei sindacati, anch’essi in rivolta contro il governo liberista di Macron, e ne sta risultando un blocco sociale sempre più compatto che sarà sicuramente determinante per definire gli equilibri politici francesi e, a catena, europei.

Lo sbocco di ogni protesta sociale è sempre politico. Tornando all’Italia, in assenza di un conflitto sindacale totalmente anestetizzato dai sindacati cosiddetti concertativi, il discorso pubblico è stato egemonizzato dall’antipolitica e da tematiche di davvero poco rilievo per la vita quotidiana delle persone, come l’immigrazione. Questo, unitamente all’assenza di qualsiasi proposta politica credibile che sapesse sfruttare la faglia di cui sopra, ha prodotto il risultato elettorale del 4 marzo 2018.
Eppure, come dimostrano i più recenti sondaggi, i problemi dettati dalle esigenze materiali delle persone non sono spariti e le contraddizioni dell’attuale governo verranno prima o poi a galla. E’ ora come non mai necessaria una o più proposte politiche che si dimostrino all’altezza della sfida ed in grado di intercettare questo enorme consenso latente.

01_Demopolis_priorita_febbraio2019

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