Il giorno in cui l’Italia scoprì il neo-colonialismo (altrui)

Affrontare il tema del neo-colonialismo in poche righe risulterebbe impossibile perché è come scoperchiare il vaso di Pandora. Troppe le storie di ingiustizia, di violenza, di omicidi, di corruzione, di colpi di Stato, di interferenze, di accordi commerciali imposti con la forza, di sofferenze umane, di migrazioni forzate, di guerre civili e pulizia etnica, per rendere veramente l’idea a noi cittadini di un paese industrialmente avanzato, comodamente seduti sui nostri divani con i nostri beni di consumo a portata di mano, di cosa significhi realmente vivere in un paese che sta alla base della “catena alimentare” nella guerra per il profitto, altrimenti detta anche imperialismo, che costituisce la fase più aggressiva del capitalismo.
Tuttavia da ieri, complici le dichiarazioni in diretta TV del signor Alessandro Di Battista e del vice-Presidente del Consiglio Luigi Di Maio, l’Italia ha improvvisamente scoperto il dramma del neo-colonialismo, parola tabù finora coperta con altre che non turbavano le coscienze come “intervento umanitario” o “missione di pace”.

Tutto bellissimo, purché riguardi un governo, come quello francese, in piena crisi di consenso perché piegato da dieci settimane di proteste e non si guardi alle contraddizioni che riguardano noi italiani, in Africa ma anche nel mantenere un’unione valutaria che, come il franco CFA, agevola forme di neo-colonialismo, come ci insegna quanto accaduto alla Grecia (ne abbiamo parlato qui) e come accade ai mercati interni dei paesi più deboli ed in crisi che, non potendo più contare su una valuta più competitiva e sugli aiuti di Stato (proibiti in UE), vengono colonizzati dalle imprese dei paesi dominanti.

Ovviamente l’opposizione parlamentare italiana, ad eccezione di alcuni singoli esponenti, non potendo mettere in difficoltà il governo su queste evidenti contraddizioni perché strenua difenditrice del libero mercato, dell’austerità e del pilastro dell’eurozona, ha tentato di spostare il focus a valle sugli interventi umanitari in mare o addirittura difendendo il sistema del franco CFA, cadendo anch’essa in pesante contraddizione. Da un lato, come scritto dal consigliere economico del PD Luigi Marattin, afferma che il sistema di cambi fissi (all’interno dell’area del franco CFA e tra franco CFA ed euro) può aiutare i paesi in via di sviluppo, dimenticando che l’Argentina invece fallì proprio quando agganciò in un rapporto di cambio fisso il peso argentino al dollaro; dall’altro, afferma che delle economie più mature dovrebbero passare ad un sistema di cambi flessibili, non accorgendosi che sta indirettamente attaccando l’euro che ha reso fissi i cambi tra le valute europee, in tal modo danneggiando le economie più fragili che non avevano un tipo di produzione adeguata a reggere una valuta troppo forte che ha improvvisamente reso i loro prodotti meno appetibili sui mercati internazionali, dando il via alle svendite di numerose aziende in difficoltà rilevate, spesso, da altre aziende straniere.

Insomma, sembra che da nessuna di queste due campane il popolo italiano si possa aspettare un’assunzione di responsabilità. E’ facile criticare i peccati altrui senza affrontare i propri. Non è solo all’emigrazione di tanti giovani africani a cui stiamo assistendo – e noi certamente contribuiamo seppur in maniera minore di altri – ma anche di centinaia di migliaia di giovani italiani, greci, spagnoli, portoghesi, ecc. Spostamento del tutto razionale dovuto al desiderio di migliorare le proprie condizioni di vita, che non sarà fermato da qualche porto chiuso o da qualche muro se non si risolvono le condizioni di fondo, ovvero la disparità di ricchezza tra paesi e all’interno dei paesi stessi che è provocata da politiche predatorie come quelle liberiste e neo-colonialiste, funzionali al mantenimento della ricchezza di pochi a discapito delle masse. Tra i collaborazionisti ci sono anche, spesso, le classi dirigenti dei paesi dominati. Alzare la testa e ribellarsi è difficile, è necessario uno sforzo per la lotta di liberazione e un altro sforzo per pianificare la crescita della propria economia senza interferenze esterne.

Chi si oppone nei paesi dominati paga, anche con la vita, come Thomas Sankara in Africa o Emiliano Zapata in America Latina.
Come scrive Eduardo Galeano ne “Le vene aperte dell’America Latina”:

Nel 1910 giunse l’ora del riscatto. Il Messico alzò le armi contro Porfirio Dìaz. Un capo contadino guidò da allora l’insurrezione nel Sud: Emiliano Zapata, il più puro dei leader della rivoluzione, il più leale verso la causa dei poveri, il più ardente nel proprio impegno di riscatto sociale. (…) La lotta durò quasi dieci anni. (…) E tutto il periodo della guerra fu anche un periodo di continui interventi nordamericani: i marines furono protagonisti di due sbarchi e di continui bombardamenti, gli agenti diplomatici ordinarono congiure politiche e l’ambasciatore Henry Lane Wilson organizzò, con successo, l’assassinio del Presidente Madero e del suo vice. I successivi cambiamenti al vertice del potere però non attenuavano gli attacchi contro Zapata e le sue forze, perché esse erano l’espressione chiara della lotta di classe all’interno della rivoluzione nazionale: costituivano quindi il reale pericolo. La riforma agraria (di Zapata) aveva come obiettivo quello di “distruggere alla radice e per sempre l’ingiusto monopolio della terra per realizzare uno Stato sociale che garantisca appieno il diritto naturale d’ogni uomo sull’estensione di terra necessaria alla sua sussistenza e a quella della sua famiglia”. (…) Nel 1919 un trabocchetto e un tradimento misero fine alla vita di Emiliano Zapata. (…) Le coltivazioni, che erano tornate a dare frutti, i minerali, le pelli e alcune attrezzature furono un eccellente bottino per gli ufficiali che avanzavano bruciando ogni cosa al loro passaggio e, nel contempo, magnificando la loro “opera di ricostruzione e progresso”.

Thomas Sankara, militare e rivoluzionario, fu invece il primo presidente del Burkina Faso. Si impegnò in un ambizioso programma di riforme sociali incentrato sulla costruzione di scuole, ospedali e case per la popolazione estremamente povera. Il suo rifiuto di pagare il debito estero di epoca coloniale, insieme al tentativo di rendere il Burkina autosufficiente e libero da importazioni forzate, attirò le antipatie di Stati Uniti d’America, Francia e Inghilterra, oltre che di numerosi paesi circostanti. Questo sfociò nel colpo di Stato del 15 ottobre 1987, in cui all’età di 38 anni il giovane capitano Sankara fu assassinato dal proprio vice, Blaise Compaoré, con la complicità dei suddetti Stati.
Questo l’ultimo discorso di Thomas Sankara, nel quale denuncia la trappola del debito nei confronti delle ex potenze coloniali che impedisce ai paesi africani di procedere verso il necessario sviluppo.

Episodi del genere accaddero continuamente durante i secoli precedenti, ne scriveremo ancora in futuro perché: “Così, grazie a tutti questi processi, il sangue si travasava: i paesi sviluppati dei nostri giorni si sviluppavano; i paesi sottosviluppati gettavano le basi del loro sottosviluppo”.

Ora più che mai è necessaria una presa di coscienza da parte dei popoli per porre fine a questa catena apparentemente infinita di sfruttamento all’interno e all’esterno dei nostri paesi.

P. S. La vera foto che avrebbe dovuto accompagnare questo articolo.

imperialism political cartoon

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