L’eclissi del ministro Savona e l’illusione del cambiamento alle elezioni europee

A seguito del risultato elettorale del 4 marzo scorso, nella maggioranza degli elettori si era creata, e tutt’ora persiste in buona parte di essi, un’aspettativa di cambiamento. Abbiamo già analizzato nei post precedenti come quest’aspettativa non possa essere soddisfatta all’interno del quadro dell’eurozona e dei trattati dell’Unione Europea. Pertanto, poiché sia il M5S che la Lega Nord erano due forze politiche che, pur in maniera confusa e reazionaria, si erano opposte all’attuale modello di integrazione europea, il loro accordo di governo nonché la presenza nel governo stesso di economisti e giuristi euroscettici aveva fatto sperare che qualche rottura con l’establishment europeo potesse avvenire, seppur non per le ragioni di tutela del lavoro che beneficerebbero la maggioranza dei cittadini.

Gran parte del tam tam mediatico si era inizialmente concentrato attorno alla figura del ministro Paolo Savona a cui l’interferenza del Quirinale ha impedito di essere nominato come ministro dell’economia, trovando infine una mediazione nel ruolo di ministro per i rapporti con l’Unione Europea. Questo veto è stato posto, a ulteriore dimostrazione della condizione di sovranità limitata in cui si trovano i paesi dell’eurozona, per la semplice ragione che la sua nomina a ministro dell’economia avrebbe turbato i mercati, dato che il ministro Savona, pur dichiarandosi europeista, aveva in passato pubblicato alcuni articoli in cui illustrava un’ipotesi di piano B per riconquistare la sovranità monetaria nel caso in cui le istituzioni europee non avessero accolto le richieste di riforma avanzate dal governo italiano. Non volendo entrare nel merito del suddetto piano, in alcuni passaggi discutibile, c’è chi chiamerebbe l’elaborazione di molteplici strategie semplice buon senso. Ma il buon senso non è di casa né in Italia né in Europa, al momento.
Nel frattempo spariva dai muri della sede della Lega Nord il murale “Basta euro” e la propaganda no euro dei due partiti di governo subiva un’inversione quasi totale.

Nei mesi successivi si è poi entrati in una fase di isteria generale per la trattativa con le istituzioni europee sulla legge di bilancio. Il ministro Savona, quasi vestendo i panni dell’emarginato ministro dell’economia Giovanni Tria, difese vigorosamente in Parlamento la prima bozza della manovra che prevedeva alcune misure espansive ed un deficit pubblico del 2,4%, superiore a quanto promesso dai governi precedenti ma comunque largamente inferiore al limite del 3% concesso dal trattato di Maastricht. Per chiunque abbia un minimo di consapevolezza del tema si tratta di percentuali di deficit comunque ridicole e insufficienti trovandoci in una fase di crisi con un’economia da ricostruire e rilanciare.
Negli stessi giorni sempre il ministro per i rapporti con l’Unione Europea, professor Paolo Savona, faceva uscire un documento dal titolo altisonante: “Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa”, con il quale si faceva alfiere di una serie di proposte di riforma delle istituzioni europee.
La storia dei mesi successivi è cronaca recente, con il governo che fa retromarcia scendendo al 2% di deficit, ridimensionando o rinviando le già poche misure espansive e mantenendo il classico impianto di tutte le manovre di bilancio viste finora: austerità.
Al periodo dell’aggressiva reazione della Commissione Europea risalgono le ultime dichiarazioni note del ministro Savona (evidentemente soppiantato in cabina di regia dal più accomodante Tria): “Non mi aspettavo che andasse in questo modo”. Dichiarazioni imbarazzanti che denotano ancora una volta (come se la triste fine di Hollande e il caso greco non avessero insegnato nulla) la totale impreparazione all’inevitabile scontro con le istituzioni europee da parte dei governi eletti per porre fine alle politiche di austerità.
Da quel momento il ministro Savona si è eclissato e del suo documento, come prevedibile, si son perse le tracce. Starà probabilmente prendendo polvere nel cassetto di qualche funzionario a Bruxelles.
Quegli elettori che fino ad allora avevano creduto al cambiamento, ritrovandosi con un pugno di mosche in mano nonostante la cascata di annunci dei primi mesi di governo (ricordate le nazionalizzazioni delle autostrade, dell’Ilva, di Alitalia?), stanno ora riversando la loro fideistica speranza sui tweet enigmatici dei guru Borghi e Bagnai. A quest’ultimo in particolare, pur riconoscendo il merito di aver aperto il dibattito in Italia sulla disfunzionalità dell’Unione Europea e pur essendo un candidato indipendente di formazione progressista, non possiamo evitare la critica delle attuali posizioni, evidentemente un ordine di scuderia ma che inevitabilmente sta facendo proprie pur avendole aspramente criticate in passato e che risultano ancor più indigeste perché condite con la solita “arroganza”, in stile Burioni con i vaccini per capirci.
La linea attuale è quella di rinviare tutto a “dopo le europee”, come se il Parlamento Europeo avesse una qual si voglia influenza nella definizione delle politiche europee.
Il Parlamento Europeo in questi anni ha “legiferato” moltissimo, talvolta anche in dissonanza rispetto alle politiche della Commissione Europea e del Consiglio dell’Unione Europea ma non si ricordano risoluzioni e indicazioni discordi che siano state assunte dai commissari europei per diventare norma di legge vincolante.
In conclusione, considerato quanto appena sottolineato nonché la probabile conformazione del prossimo Parlamento Europeo con una riedizione della grande coalizione tra socialdemocratici, liberali e conservatori (pur in contrazione a causa della crescita dei partiti euroscettici di destra), appare totalmente illusorio attendersi un diverso atteggiamento da parte delle istituzioni europee a seguito dell’improbabile modifica degli equilibri nel Parlamento Europeo.
Per completezza d’analisi, anche nel caso in cui ciò accadesse, il Parlamento Europeo nei confronti del Presidente della Commissione Europea ha solo un potere di veto al momento della nomina (non sceglie la rosa di nomi) e la possibilità di sfiduciarlo, ma dal 1999 non si è mai verificato e come eventualità rasenta l’impossibile poiché la maggioranza sarà, anche negli scenari più fantasiosi, composita.

Come cittadini dovremmo concentrare le nostre attenzioni ed energie altrove perché dopo le elezioni europee saremo nella stessa condizione attuale, nella stessa gabbia.

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