Vent’anni dall’introduzione dell’euro, vent’anni di democrazia limitata

Oggi, primo gennaio 2019, decorrono vent’anni dall’introduzione dell’euro come valuta virtuale, dando così avvio all’adozione della moneta comune in vari paesi dell’Unione Europea. Come ha fatto notare Mario Draghi, vi sono giovani che ormai non hanno mai maneggiato in vita la valuta nazionale e che non conoscono una realtà diversa da quella dominata dai parametri del trattato di Maastricht e dagli effetti della moneta unica.
Dopo la crisi del 2008, superata ovunque fuorché dall’eurozona, i tempi sono quindi più che maturi per trarre un bilancio e, purtoppo, non è positivo.

Al netto della comodità di potersi spostare in vacanza all’estero senza la noia di dover cambiare valuta e la comodità per le imprese di commerciare senza ostacoli di tipo valutario (a dir la verità più comodo per le imprese che pagavano il dazio di una valuta troppo forte e quindi di un prodotto più caro), l’adozione di una valuta comune tra economie diversissime ha creato danni enormi e strutturali alle economie più deboli.

Le prime catastrofiche conseguenze si ebbero con le riforme a cui i paesi furono obbligati per potervi accedere come, per quanto riguarda l’Italia: l’abbandono della scala mobile e la conseguente riduzione del potere di acquisto dei salari italiani; l’abbandono dello statalismo che fino ad allora ci aveva portato ad essere tra le prime nazioni d’Europa in termini di produzione industriale (qui un bellissimo ed esemplificativo spot dell’IRI del 1985); l’indipendenza della Banca Centrale Italiana dal Tesoro e la conseguente esplosione del debito pubblico che ci trasciniamo tutt’ora (per la quale fummo costretti ad uscire temporaneamente dal Sistema Monetario Europeo); la liberalizzazione e la privatizzazione di interi settori che hanno generato un aumento dei costi e spesso servizi scadenti (un caso su tutti il settore delle telecomunicazioni, che vede l’Italia fanalino di coda tra i paesi sviluppati in termini di infrastrutture).

Vi sono poi gli effetti che possiamo osservare oggi, dopo vent’anni di adozione:
– avendo messo in competizione diretta economie totalmente diverse tra loro quelle forti hanno colonizzato quelle deboli, fiumi di capitali dai paesi ricchi hanno inondato i paesi più deboli per agevolare crediti al consumo creando una catena di dipendenza legata al debito privato che, una volta inceppatasi allo scoppiare della crisi, ha demolito un paese come la Grecia e prosciugato il risparmio privato delle famiglie dei paesi della periferia (non potendo più permetterci di comprare i beni necessari con i nostri risparmi come vorrebbe la nostra Costituzione siamo sempre più forzati ed incentivati ad accedere al credito, per chi è fortunato da poterselo permettere);
– le grandi imprese hanno visto materializzarsi la possibilità e la convenienza a delocalizzare dove il lavoro costa meno, non potendo più sfruttare i vantaggi di una valuta più competitiva, scatenando una corsa al ribasso per la compressione dei salari e l’esplosione della precarietà, assieme alla disoccupazione una vera e propria piaga per i giovani d’oggi che mina alle fondamenta il futuro del Paese;
– allo scoppiare della crisi gli Stati dell’eurozona si sono trovati impossibilitati ad utilizzare lo strumento valutario per il rilancio e anzi le istituzioni europee sono diventate più aggressive che mai nel voler far rispettare parametri fiscali sempre più stringenti, le famose politiche di austerità, che hanno provocato un periodo di recessione economica (quella greca in particolare durata sette anni) e che indeboliscono la già lenta ripresa delle economie di Stati monchi, impossibilitati ad utilizzare la piena potenza della spesa pubblica per rimettere in moto investimenti e consumi, nonché per affrontare le grandi emergenze dei nostri tempi. Si è tentato invano di sopperire con la creazione di fondi europei comuni, imperfetti e del tutto sotto-finanziati;
– la periferia dell’eurozona ormai da anni ha tassi di disoccupazione a doppia cifra, indegni di paesi civili e sviluppati ma considerati ottimali dalla Banca Centrale Europea che ci ricorda che il suo mandato non è la crescita né l’occupazione ma solo la stabilità dei prezzi e che troppa occupazione potrebbe generare una perdita di capitali verso l’estero (dato che il movimento dei capitali in UE è liberalizzato) e che pertanto la domanda interna va mantenuta depressa. D’altronde Mario Monti, sempre sincero nella sua brutalità, fu chiamato per questo come ci ricorda lui stesso in questa intervista.

La perdita più consistente, però, è stata sicuramente quella della libertà per i cittadini di decidere, attraverso il voto, come spendere le risorse pubbliche. Come ci illustra, infatti, l’economista britannico Wynne Godley (tratto e tradotto dall’articolo originale Maastricht and All That):

In primo luogo va sottolineato che la creazione di una moneta unica nella Comunità Europea dovrebbe porre fine alla sovranità delle sue nazioni componenti e alla loro autonomia di intervento sulle questioni di maggior interesse. Come l’onorevole Tim Congdon ha sostenuto in modo molto convincente, il potere di emettere la propria moneta, di fare movimentazioni sulla propria banca centrale, è la cosa principale che definisce l’indipendenza nazionale. Se un paese rinuncia o perde questo potere, acquisisce lo status di un ente locale o colonia. Le autorità locali e le regioni, ovviamente, non possono svalutare. Ma si perde anche il potere per finanziare il disavanzo attraverso la creazione di denaro, mentre altri metodi di ottenere finanziamenti sono soggetti a regolamentazione centrale. Né si possono modificare i tassi di interesse. Poiché le autorità locali non sono in possesso di nessuno degli strumenti di politica macroeconomica, la loro scelta politica si limita a questioni relativamente minori: un po’ più di istruzione qui, un po’ meno infrastrutture lì. Penso che quando Jacques Delors pone l’accento sul principio di ‘sussidiarietà’, in realtà ci sta solo dicendo che [gli stati membri dell’Unione europea] saranno autorizzati a prendere decisioni su un maggior numero di questioni relativamente poco importanti di quanto si possa aver precedentemente supposto.

Manifestazioni di questo deficit di democrazia ne abbiamo avute con la decisione unilaterale della BCE, senza precedenti nella storia di una banca centrale, di tagliare la liquidità alle banche greche costringendo il governo a rinnegare le promesse fatte ai cittadini nonostante questi avessero chiaramente manifestato la loro volontà con una grande dimostrazione di orgoglio come quella del referendum del 2015; nonché ogni volta che una manovra economica di qualche governo democraticamente eletto viene bocciata e modificata a Bruxelles a seguito di minacce di pesanti ritorsioni economiche o di procedure di infrazione.
In conclusione, i cittadini italiani e degli altri paesi europei hanno di fronte due strade.
La prima è quella di rassegnarsi a votare forze politiche che non mettono in discussione lo status quo e quindi a rimanere sempre delusi da ogni governo in carica, non ultimo il governo M5S-Lega Nord.
La seconda è quella di individuare e sostenere quella o quelle forze politiche che vogliono demolire pezzo per pezzo (attraverso la rescissione unilaterale o concordata dei trattati economici come Maastricht, o direttamente con l’esercizio della facoltà di uscita dall’Unione prevista all’art. 50 del Trattato di Lisbona) l’attuale quadro di istituzioni sovranazionali per crearne uno che rispetti la libertà e la sovranità dei popoli europei e che promuova la giustizia sociale senza la quale, come diceva il Presidente Pertini, un uomo sarà al massimo libero di mendicare.
Questo è l’ultimo grande esercizio di democrazia possibile che ci è rimasto.

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