Ci hanno tolto la democrazia e li abbiamo votati per farlo

Come diceva nel luglio del 1968 Covey T. Oliver, coordinatore dell’Alleanza per il Progresso, “oggi parlare di prezzi giusti è un concetto medievale. Siamo in piena epoca di libero commercio…” Più libertà si concede agli affari, più prigioni bisogna costruire per quanti gli affari li subiscono. I nostri sistemi di inquisitori e di aguzzini non funzionano soltanto per il mercato estero dominante; offrono anche abbondanti fonti di profitto che derivano dai prestiti e dagli investimenti stranieri effettuati nei mercati interni dominati. “Si è sentito parlare di concessioni fatte dall’America Latina al capitale straniero, ma non certo di concessioni fatte dagli Stati Uniti al capitale degli altri paesi… Perché noi non facciamo concessioni“, ammoniva – verso il 1913 – il presidente nordamericano Woodrow Wilson. Lo sapeva perfettamente: “Un paese“, diceva, “è posseduto e dominato dal capitale che vi è investito“. E aveva ragione.

(Eduardo Galeano – “Le vene aperte dell’America Latina”)

Con questo spunto del grande giornalista e scrittore uruguaiano Eduardo Galeano, il quale verrebbe probabilmente etichettato come sovranista secondo i canoni del mainstream mediatico dell’Europa occidentale, vi do il benvenuto in questo spazio di riflessione riguardo al tema fondante di ogni democrazia moderna dalla Rivoluzione francese in poi: quello della sovranità popolare. Necessariamente verranno toccate altre tematiche ad essa correlate: la questione del lavoro nella contemporaneità, la necessità di una riconversione ecologica del nostro modello produttivo, i diritti civili non come strumento di distrazione di massa ma come complemento essenziale dei diritti sociali.
Sarà uno spazio libero che vi prego di frequentare con educazione, nel quale cercherò di sviluppare delle opinioni, argomentate ma per forza di cose parziali, nella speranza di alimentare il dibattito in uno spicchio di opinione pubblica rispetto alla più grave perdita che sta attraversando la società occidentale e l’Europa (avanguardia nel bene e nel male) in particolare: quella della democrazia.

L’elevato astensionismo alle urne dei cittadini italiani, nonché la sempre maggiore sfiducia riguardo alla capacità della politica di risolverne i problemi, ci comunicano che la percezione sempre più diffusa è quella dell’inutilità dell’esercizio del voto, uno dei diritti(-doveri) più importanti nelle democrazie moderne e sancito anche dalla nostra Costituzione.
Democrazia è, da dizionario, quella “forma di governo nella quale il potere risiede nel popolo“. La famosa sovranità popolare. Se i rappresentanti eletti dal popolo possono esercitare liberamente le loro prerogative e dare una risposta positiva alle indicazioni emerse dal voto è un indicatore positivo sulla salute di una democrazia. Se invece i rappresentanti eletti – avendo subordinato la volontà popolare a tutta una serie di vincoli di bilancio, valutari, di politica estera – non possono muoversi in uno spazio che va, ad esempio, da 0 a 100 ma da 40 a 60 è chiaro che, se i partiti votabili e presenti in Parlamento accettano questo schema, che si voti il partito che vuole 45 o quello che vuole 52 pensando che possa fare una grande differenza è chiaro che la speranza di cambiamento non possa che finire frustrata.
Questo tappo che il sistema politico-economico ha installato alla sovranità popolare attraverso trattati e istituzioni sovranazionali durante quella che speriamo verrà ricordata come l’epoca buia del trentennio neo-liberale, però, alla lunga sta alimentando una rabbia che, per quanto l’élite si sforzi di incanalare in opzioni reazionarie (i vari Salvini, Trump, Bolsonaro, ecc.) in modo tale che tutto cambi affinché nulla cambi, può aprire spazi per la riconquista di sovranità da parte del popolo (se saprà organizzarsi) da impiegare per dare risposta alle enormi sfide che la nostra epoca ci pone: in primis la necessità di un lavoro dignitoso per tutti e il superamento dell’emergenza climatica.

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